Report di sostenibilità, mille data point non fanno una strategia

Report di sostenibilità e strategia

Il report di sostenibilità non è una fotografia finale: soprattutto per le grandi aziende deve diventare uno strumento di governo dei processi, delle filiere e delle decisioni.

Il report di sostenibilità viene ancora spesso trattato come un documento conclusivo, una fotografia statica, un output da produrre a valle, quando le attività sono già state realizzate, i dati raccolti, le funzioni coinvolte e le evidenze organizzate.

Questa impostazione è sempre meno adeguata al contesto attuale. Per tutte le aziende, e per prime per quelle più grandi, il reporting ESG non può limitarsi a descrivere ciò che è accaduto ma deve aiutare a leggere l’impresa mentre le decisioni vengono prese: nei processi industriali, nella gestione dei fornitori, nella progettazione di prodotti e servizi, nelle scelte di investimento, nelle relazioni con stakeholder e territori.

Il vero tema non dovrebbe essere produrre montagne di informazioni ma essere in grado di individuare e analizzare le informazioni davvero utili. Mille data point servono a poco se restano un esercizio di compliance distante dalla realtà aziendale. Diventano rilevanti solo quando permettono di capire dove si generano gli impatti, quali processi vanno rafforzati e quali opportunità possono essere colte.

Il reporting ESG non è solo rendicontazione

La pressione normativa ha portato la sostenibilità dentro un perimetro più strutturato. La CSRD ha introdotto un approccio più rigoroso alla rendicontazione, fondato anche sulla doppia materialità. E anche per tutte le imprese che sono uscite ufficialmente dall’obbligo – alcune di dimensioni notevoli – i Voluntary Standard danno comunque una direzione molto orientata a impatti e realtà aziendale. Parallelamente, per i grandi player la CS3D ha rafforzato il tema della responsabilità lungo la catena del valore. Con il pacchetto Omnibus, il perimetro degli obblighi è stato ristretto: la CSRD riguarda ora le aziende con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto annuo; la CS3D le imprese con più di 5.000 dipendenti e oltre 1,5 miliardi di euro di fatturato netto.

Per le grandi aziende che restano nel perimetro, questa semplificazione non riduce la rilevanza strategica del reporting. Al contrario, rende ancora più evidente la necessità di concentrarsi sulle informazioni davvero materiali, sui processi che le generano e sulle responsabilità interne che le rendono affidabili.

Anche la revisione degli standard ESRS va in questa direzione: meno complessità formale, maggiore attenzione alla qualità e alla pertinenza delle informazioni. Il tema centrale, quindi, non è quanti dati vengono richiesti, ma quanto quei dati siano integrati nei sistemi decisionali dell’impresa.

Catena del valore: accompagnare, al di là della richiesta di dati

Per una grande azienda, la sostenibilità non si esaurisce nei confini diretti dell’organizzazione. Una parte significativa degli impatti ambientali e sociali si genera lungo la catena del valore: emissioni indirette, uso delle risorse, condizioni di lavoro, diritti umani, qualità delle relazioni commerciali, esposizione a rischi climatici e territoriali.

Il coinvolgimento della filiera non può però ridursi a una richiesta di informazioni. Chiedere dati a fornitori che non hanno strumenti, competenze o sistemi adeguati produce spesso risultati fragili. Serve un lavoro di accompagnamento.

Questo significa costruire percorsi graduali: assessment, formazione, strumenti condivisi, obiettivi realistici, momenti di confronto, criteri di procurement coerenti. Significa anche riconoscere che la maturità ESG della filiera è parte della maturità ESG dell’impresa capofiliera.

Una grande azienda non governa la sostenibilità trasferendo complessità verso l’esterno. La governa quando crea le condizioni perché la propria catena del valore possa misurare, migliorare e contribuire al cambiamento.

Dagli impatti alle scelte strategiche

Misurare gli impatti sociali e ambientali non serve solo a presidiare rischi reputazionali, normativi o finanziari. Serve anche a individuare opportunità.

La lettura della catena del valore può offrire indicazioni preziose su prodotti, mercati, efficienza, partnership e posizionamento competitivo. Sono elementi ormai entrati da anni nel dibattito, da quando ne parlarono per la prima volta nel 2011 gli economisti Michael Porter e Mark Kramer, attraverso il concetto di Creating Shared Value: le imprese possono generare valore economico creando valore sociale, ripensando prodotti e mercati, migliorando la produttività lungo la catena del valore e rafforzando i contesti in cui operano.

Per le grandi aziende, questo passaggio è decisivo. Anticipare gli impatti prima di progettare un prodotto o un servizio consente di prendere decisioni più solide. Può orientare la scelta dei materiali, i modelli logistici, le modalità di relazione con i fornitori, le politiche sul lavoro, le strategie territoriali.

Il dato ESG, se costruito bene,  aiuta a progettare il futuro dell’impresa.

Comunicare meglio perché si governa meglio

Un report costruito su processi solidi consente anche una comunicazione più credibile, perché permette di spiegare meglio scelte, progressi, limiti e aree di miglioramento. Certo non deve trattarsi dell’unico momento in cui l’azienda si apre e racconta progetti e risultati sostenibilità ma deve rientrare in un percorso costante di relazione e dialogo con gli stakeholder.

La comunicazione della sostenibilità non ha bisogno di racconti generici. Ha bisogno di coerenza. E la coerenza nasce prima del documento: nei processi, nelle decisioni, nelle relazioni con stakeholder e filiere, nella capacità di riconoscere anche ciò che non funziona ancora.

Per le grandi aziende, questo è un nodo centrale. Investitori, clienti, dipendenti, comunità e istituzioni non chiedono solo dichiarazioni di impegno ma evidenze, traiettorie, responsabilità. Chiedono di capire se la sostenibilità sia davvero entrata nel modo in cui l’impresa crea valore.

La sala macchine, non l’album fotografico

La semplificazione normativa può ridurre alcuni oneri. Gli standard possono diventare più essenziali. I data point possono diminuire. Ma resta il lavoro più importante: portare la sostenibilità dentro i processi, prima che dentro il documento.

Per le grandi aziende, il vantaggio competitivo non sarà pubblicare un report formalmente corretto. Sarà costruire un sistema capace di generare dati perché genera decisioni migliori. Sarà accompagnare la catena del valore, non solo interrogarla. Sarà usare la misurazione degli impatti per ridurre i rischi, innovare, rafforzare le relazioni e creare valore nel tempo.

Il report arriva alla fine di tutto questo. Ma, se funziona davvero, inizia molto prima: nel modo in cui l’impresa decide, produce, acquista, progetta e si assume le proprie responsabilità.

Giulia Devani

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