ESRS, il secondo anno di reporting racconta una maturità ancora incompleta

Report EFRAG sul FY 2025 e l'uso degli ESRS

Il nuovo State of Play Report di EFRAG fotografa 905 dichiarazioni di sostenibilità all’anno fiscale 2025: più esperienza, più piani climatici, ma ancora distanza tra disclosure, strategia e dialogo con gli stakeholder.

Giulia Devani, Responsabile Reporting e Strategia ESG di Amapola

Il secondo anno di rendicontazione secondo gli European Sustainability Reporting Standards ci restituisce una fotografia interessante: le imprese stanno imparando a usare il nuovo linguaggio della sostenibilità, ma non sempre riescono ancora a trasformarlo in un racconto chiaro, leggibile e utile per tutti gli stakeholder.

È questo uno degli elementi che emerge leggendo lo State of Play Report 2026 pubblicato da EFRAG sull’implementazione degli ESRS per il fiscal year 2025. Il report analizza 905 dichiarazioni di sostenibilità FY2025 sottoposte ad assurance di terza parte, contro le 656 considerate nella prima edizione relativa al FY2024, e amplia l’analisi a 18 domande su standard trasversali, temi ambientali, sociali e, per la prima volta, governance.

Il quadro generale è di continuità più che di trasformazione. Ed è comprensibile: le imprese hanno rendicontato ancora sulla base dello stesso Set 1 degli ESRS. Ma dentro questa continuità si vedono segnali importanti: maggiore familiarità con il processo, crescita dei piani di transizione climatica, primi dati più strutturati sulla governance. Allo stesso tempo, restano evidenti alcune fatiche: collegare materialità e strategia, costruire target misurabili, rendere il report davvero accessibile anche a chi non legge la sostenibilità con gli occhi di un analista finanziario o di un revisore.

Il reporting sta diventando più maturo, ma resta ancora difficile da decifrare

EFRAG segnala che l’82% delle imprese ha aggiornato la propria analisi di doppia materialità rispetto al FY2024. Due terzi delle aziende, il 67%, hanno adottato un approccio ibrido, combinando elementi bottom-up e top-down. È un dato positivo, perché indica che la materialità non viene trattata come un esercizio statico, da archiviare una volta per tutte, ma come un processo dinamico, da affinare, articolato, affrontato con consapevolezza.

Tuttavia, la domanda da porsi è un’altra: quanto questa maggiore maturità metodologica aiuta davvero chi legge il report a capire le priorità dell’azienda?

Le imprese identificano in media 6,4 temi ESRS materiali su 10 e dichiarano circa 30 IRO, cioè impatti, rischi e opportunità. I temi più ricorrenti restano Cambiamento climatico (E1), Forza lavoro propria (S1) e Condotta d’impresa (G1), materiali rispettivamente per il 99%, 99% e 95% delle aziende analizzate.

Sono numeri che confermano una certa stabilità del sistema, ma confermano anche un rischio: la rendicontazione può diventare molto ricca di informazioni e, allo stesso tempo, poco gerarchica e troppo appiattita. In altre parole, può dire molto senza riuscire sempre a far capire cosa conta davvero.

La doppia materialità non è solo un metodo, è una scelta di relazione

La doppia materialità è uno degli elementi più innovativi della CSRD, perché tiene insieme due prospettive: gli impatti dell’impresa su ambiente e società e gli effetti delle questioni di sostenibilità sulla performance aziendale.

Da consulente, vedo ogni giorno quanto questo passaggio sia complesso. Non basta costruire una matrice o una lista di temi materiali. Serve un processo capace di far emergere connessioni reali tra modello di business, stakeholder, rischi, impatti, opportunità e decisioni aziendali.

Il passaggio più delicato è proprio qui: evitare che la doppia materialità diventi un grande contenitore tecnico, comprensibile solo a chi ha partecipato al processo. Una buona analisi di materialità deve permettere a chi legge di capire perché un tema è rilevante, per chi è rilevante, con quali conseguenze e con quali risposte da parte dell’organizzazione.

Altrimenti il rischio è che il report sia formalmente corretto, ma poco trasparente. E un report poco comprensibile, anche quando è compliant, perde una parte importante della sua funzione.

Target e incentivi: dove si vede la distanza tra dichiarazione e strategia

Uno dei dati più interessanti del report riguarda il collegamento tra temi materiali, obiettivi e sistemi di incentivazione. EFRAG rileva che, a fronte di una media di 6,4 temi materiali, le imprese fissano target misurabili solo su 3,3 temi. In sostanza, solo circa la metà dei temi materiali identificati risulta associata a un obiettivo.

È un passaggio cruciale per comprendere che la materialità, da sola, non basta. Dire che un tema è rilevante significa aprire una responsabilità: definire azioni, misurare progressi, rendere conto degli scostamenti. Senza target, il rischio è che la materialità resti una dichiarazione di importanza, non ancora una leva di gestione.

Anche il dato sugli incentivi è significativo: il 63% delle imprese integra target di sostenibilità nei sistemi di remunerazione o incentivazione del management, mentre il 37% non ha ancora formalizzato questo collegamento.

Risultati che mettono in evidenza quanto il processo abbia bisogno di tempo per crescere e per farlo con coerenza. Quando un tema è materiale ma non entra negli obiettivi, nei processi decisionali o nei meccanismi di responsabilità interna, il lettore percepisce una distanza tra disclosure e strategia. Ed è proprio quella distanza che le imprese devono imparare a colmare.

Il numero di pagine si accorcia

EFRAG evidenzia anche una moderazione nella lunghezza delle dichiarazioni di sostenibilità: su documenti comparabili, la media passa da 108 pagine nel FY2024 a 103 nel FY2025. È un segnale di maggiore familiarità con il framework e di progressivo snellimento dei contenuti.

Il dato più interessante, però, è un altro: le dichiarazioni di sostenibilità rappresentano in media il 34% della lunghezza complessiva delle relazioni annuali, mentre solo il 6% delle imprese inserisce un executive summary dedicato ai contenuti di sostenibilità.

Questo è uno dei nodi principali del reporting europeo. Con l’integrazione della sostenibilità nella relazione sulla gestione, il report acquista solidità, rigore, connessione con l’informativa finanziaria ma rischia anche di diventare meno accessibile per stakeholder non specialistici: comunità locali, dipendenti, fornitori, clienti, territori.

La sostenibilità non parla solo agli investitori. O meglio: non dovrebbe parlare solo a loro.

La sfida è trovare un equilibrio tra disclosure completa e dialogo trasparente. Non tutto può essere semplificato, perché alcuni temi richiedono profondità tecnica, ma è necessario per rendere tutto il più possibile accessibile, comprensibile, facilmente navigabile. Perché un report non è solo un archivio di dati: è uno strumento di relazione.

Clima: più piani di transizione

Sul fronte ambientale, il report evidenzia un avanzamento importante. La quota di imprese che dichiara di avere un Climate Transition Plan passa dal 55% del FY2024 al 69% del FY2025. Inoltre, il 57% delle aziende dichiara target di decarbonizzazione di breve e lungo periodo compatibili con il limite di 1,5°C.

Sono segnali incoraggianti, che indicano come la pianificazione climatica stia entrando più stabilmente nel reporting aziendale. Ma anche qui serve attenzione: avere un piano non significa necessariamente avere una traiettoria pienamente integrata nella strategia industriale, negli investimenti, nella catena del valore e nella governance.

La rendicontazione climatica è uno degli ambiti in cui il rischio di scollamento tra ambizione dichiarata e capacità attuativa è più evidente. Proprio per questo, la qualità del racconto deve andare oltre l’elenco di target e iniziative. Deve aiutare a capire quali leve sono state attivate, quali vincoli restano, quali dipendenze esterne incidono sul percorso.

Semplificare non deve voler dire restringere lo sguardo

Il report EFRAG arriva in un momento particolare: l’Europa ha appena adottato la versione semplificata degli ESRS, pensata per ridurre il carico informativo per le imprese. Si trattava di un passaggio atteso e necessario. Chi lavora sul campo sa bene quanto il primo ciclo di rendicontazione sia stato impegnativo, soprattutto per organizzazioni non abituate a gestire dati ESG con lo stesso livello di rigore dei dati finanziari.

La semplificazione, però, non dovrebbe essere letta come un invito ad abbassare l’ambizione. Dovrebbe servire a distinguere meglio ciò che è davvero utile da ciò che rischia di diventare rumore.

Rigore tecnico e capacità comunicativa non dovrebbero essere strade alternative. Occorre costruire report che siano completi dove serve, proporzionati dove possibile, comprensibili sempre. Perché la rendicontazione di sostenibilità deve rispondere agli obblighi normativi, ma deve anche rimanere uno strumento vivo per orientare il dialogo con stakeholder diversi.

Investitori e finanziatori hanno bisogno di dati comparabili e affidabili, ma dipendenti, comunità, clienti, fornitori e territori hanno bisogno anche di senso, contesto, chiarezza. Se il reporting parla solo la lingua della compliance, rischia di perdere una parte della sua forza trasformativa. La prossima sfida, quindi, non sarà solo produrre report più brevi o più allineati agli standard. Sarà produrre report più utili: capaci di collegare materialità, strategia, obiettivi, governance e comunicazione e di riscoprire il valore della relazione con gli stakeholder.

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