La bozza della Commissione sugli ESRS riduce complessità e datapoint. Il punto più rilevante è il riconoscimento dell’esperienza maturata da imprese e practitioner nella prima applicazione degli standard.
La bozza della Commissione europea sui nuovi ESRS segna un passaggio importante nella rendicontazione di sostenibilità. Non siamo davanti a un testo definitivo: il documento chiarisce che la proposta non è ancora stata adottata né approvata formalmente dalla Commissione. L’obiettivo è modificare il Regolamento delegato UE 2023/2772, in coerenza con il pacchetto Omnibus I, con applicazione prevista dagli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027 e possibilità di applicazione anticipata volontaria per il 2026.
Il dato più evidente è la riduzione dei datapoint obbligatori. Secondo la documentazione pubblicata da EFRAG, la revisione porta a un taglio del 61% rispetto a prima, insieme a una maggiore attenzione alla materialità, alla leggibilità degli standard e all’interoperabilità con altri framework internazionali.
L’aspetto più interessante? La bozza sembra recepire una lezione emersa con chiarezza nei primi cantieri di rendicontazione: un report utile non è quello che prova a dire tutto, ma quello che seleziona, documenta e spiega ciò che è davvero rilevante.
Una semplificazione nata dall’esperienza applicativa
Nella prima applicazione degli ESRS, molte organizzazioni hanno dovuto confrontarsi con un impianto molto articolato e spesso difficile da governare. La doppia materialità ha portato valore, perché ha spinto le imprese a collegare impatti, rischi, opportunità e dimensione finanziaria. Allo stesso tempo, però, ha generato processi spesso pesanti, complessi da gestire e non sempre proporzionati alla reale utilità informativa.
In molti casi, i practitioner avevano già iniziato a lavorare in questa direzione: ridurre le ridondanze, dare priorità ai dati effettivamente decisionali, evitare report costruiti per accumulo e riportare la materialità al centro del processo. La bozza della Commissione formalizza una prassi che il mercato stava già cercando di costruire.
Questo è un segnale rilevante. La Commissione mostra di voler ascoltare l’esperienza diretta delle imprese, dei consulenti, dei revisori e delle persone chiamate a rendicontare. Non solo sul piano tecnico, ma anche su quello operativo: tempi, dati disponibili, sistemi interni, governance, capacità di controllo e reale comprensibilità delle informazioni.
Meno datapoint, non meno responsabilità
Ridurre i datapoint non significa ridurre automaticamente la qualità della rendicontazione. Può significare il contrario, se la semplificazione viene usata per concentrare il report sulle informazioni che servono davvero a stakeholder, investitori e management.
La Commissione indica chiaramente una direzione: alleggerire le richieste considerate meno rilevanti, privilegiare dove possibile i dati quantitativi e rendere più chiaro il rapporto tra materialità e obblighi informativi. Il documento richiama anche la necessità di migliorare coerenza e interoperabilità, evitando duplicazioni e sovrapposizioni tra standard europei e standard globali.
È un passaggio importante perché la rendicontazione di sostenibilità rischiava di essere percepita come un esercizio di conformità troppo esteso. Il rischio non era solo amministrativo. Un report troppo lungo, troppo tecnico o troppo difensivo perde efficacia anche come strumento di dialogo e relazione con gli stakeholder.
La semplificazione può quindi rafforzare la rendicontazione, a una condizione: che non diventi un modo per eliminare informazioni scomode o ridurre la trasparenza sui temi più sensibili.
La materialità torna al centro
La revisione rafforza il ruolo della materialità. La bozza chiarisce che l’impresa non deve rendicontare informazioni non materiali, salvo casi specifici. Questo sposta il baricentro del processo verso una rendicontazione fondata sulla capacità di motivare ciò che conta.
Anche l’approccio top-down alla valutazione di materialità va letto in questa prospettiva. Le imprese potranno partire dai temi più rilevanti a livello complessivo, senza dover trattare ogni singolo impatto, rischio o opportunità come se avesse lo stesso peso. È una semplificazione concreta, soprattutto per gruppi complessi, filiere estese e contesti operativi diversificati.
La bozza interviene anche su altri punti tecnici con effetti pratici: valutata sulla dichiarazione di sostenibilità nel suo insieme, maggiore discrezionalità su aggregazione e disaggregazione delle informazioni, possibilità di omettere alcune informazioni in circostanze specifiche, maggiore flessibilità sugli effetti finanziari attesi e aggiornamenti su emissioni GHG, piani di transizione climatica e disclosure sociali.
Una cosa deve rimanere però chiara: la materialità non può diventare una formula per giustificare l’assenza di dati. Deve restare un processo tracciabile, documentato e governato e in cui emerge chiaramente il ruolo degli stakeholder, i loro input e come sono stati considerati.
Un dialogo possibile anche oltre le imprese obbligate
Il pacchetto Omnibus ha ridotto il perimetro delle imprese soggette agli obblighi CSRD. Questo ha aperto un tema importante: come mantenere vivo il percorso di trasparenza anche per le organizzazioni che non rientreranno più nell’obbligo diretto?
Qui la revisione degli ESRS può avere un ruolo non secondario. Standard più proporzionati e più leggibili possono facilitare il dialogo anche con imprese fuori dal perimetro obbligatorio, ma comunque coinvolte da richieste di clienti, banche, investitori, filiere e territori. La Commissione ha già evidenziato, nel quadro Omnibus, l’esigenza di ridurre gli oneri lungo la catena del valore e limitare le richieste informative verso le imprese più piccole. Per questo, in una gemella bozza di revisione, gli standard VSME, inizialmente pensati solo per le PMI, diventano i VS – Voluntary Standard, per tutte quelle imprese escluse dall’obbligo che intendono o che devono per esigenze di mercato comunque rendicontare.
È forse questo il punto politico più interessante della bozza. La sostenibilità non resta credibile se viene percepita solo come obbligo per pochi soggetti molto strutturati. Ha bisogno di strumenti utilizzabili, comprensibili e proporzionati anche per chi si muove in modo volontario o indiretto.
La Commissione sembra riconoscere che, per non indebolire il percorso avviato dalla CSRD, serve renderlo praticabile.
Il compromesso necessario
La bozza va letta come un compromesso. Un compromesso necessario, perché il rischio era duplice.
Da un lato, mantenere standard troppo complessi avrebbe potuto alimentare resistenza, affaticamento e applicazioni puramente formali. Dall’altro, una semplificazione troppo ampia avrebbe potuto trasformarsi in un arretramento della trasparenza.
La proposta cerca di evitare entrambi gli esiti. Conferma l’impianto della doppia materialità, mantiene la rendicontazione di sostenibilità dentro il quadro della Relazione sulla Gestione e prova a rendere più selettiva la richiesta informativa.
Per le imprese, questo significa che il lavoro non si ferma. Cambia semmai la qualità del lavoro richiesto. Servirà rivedere le analisi di materialità, rafforzare i processi di raccolta dati, documentare meglio le valutazioni manageriali e costruire report meno estesi ma più chiari.
Per i consulenti e i practitioner, la sfida sarà accompagnare le organizzazioni in questa fase senza trasformare la semplificazione in una scorciatoia. La flessibilità può migliorare la qualità del reporting solo se viene usata con rigore. Ora non ci resta come si concretizzerà questa bozza di revisione.
La direzione corretta è mantenere insieme due esigenze: alleggerire ciò che non aggiunge valore e proteggere ciò che consente agli stakeholder di capire davvero come un’impresa gestisce i propri impatti, rischi e opportunità. Qui si giocherà la credibilità dei nuovi ESRS.
Giulia Devani
ESRS semplificati: una revisione necessaria per rendicontare meglio
La bozza della Commissione sugli ESRS riduce complessità e datapoint. Il punto più rilevante è il riconoscimento dell’esperienza maturata da imprese e practitioner nella prima applicazione degli standard.
La bozza della Commissione europea sui nuovi ESRS segna un passaggio importante nella rendicontazione di sostenibilità. Non siamo davanti a un testo definitivo: il documento chiarisce che la proposta non è ancora stata adottata né approvata formalmente dalla Commissione. L’obiettivo è modificare il Regolamento delegato UE 2023/2772, in coerenza con il pacchetto Omnibus I, con applicazione prevista dagli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027 e possibilità di applicazione anticipata volontaria per il 2026.
Il dato più evidente è la riduzione dei datapoint obbligatori. Secondo la documentazione pubblicata da EFRAG, la revisione porta a un taglio del 61% rispetto a prima, insieme a una maggiore attenzione alla materialità, alla leggibilità degli standard e all’interoperabilità con altri framework internazionali.
L’aspetto più interessante? La bozza sembra recepire una lezione emersa con chiarezza nei primi cantieri di rendicontazione: un report utile non è quello che prova a dire tutto, ma quello che seleziona, documenta e spiega ciò che è davvero rilevante.
Una semplificazione nata dall’esperienza applicativa
Nella prima applicazione degli ESRS, molte organizzazioni hanno dovuto confrontarsi con un impianto molto articolato e spesso difficile da governare. La doppia materialità ha portato valore, perché ha spinto le imprese a collegare impatti, rischi, opportunità e dimensione finanziaria. Allo stesso tempo, però, ha generato processi spesso pesanti, complessi da gestire e non sempre proporzionati alla reale utilità informativa.
In molti casi, i practitioner avevano già iniziato a lavorare in questa direzione: ridurre le ridondanze, dare priorità ai dati effettivamente decisionali, evitare report costruiti per accumulo e riportare la materialità al centro del processo. La bozza della Commissione formalizza una prassi che il mercato stava già cercando di costruire.
Questo è un segnale rilevante. La Commissione mostra di voler ascoltare l’esperienza diretta delle imprese, dei consulenti, dei revisori e delle persone chiamate a rendicontare. Non solo sul piano tecnico, ma anche su quello operativo: tempi, dati disponibili, sistemi interni, governance, capacità di controllo e reale comprensibilità delle informazioni.
Meno datapoint, non meno responsabilità
Ridurre i datapoint non significa ridurre automaticamente la qualità della rendicontazione. Può significare il contrario, se la semplificazione viene usata per concentrare il report sulle informazioni che servono davvero a stakeholder, investitori e management.
La Commissione indica chiaramente una direzione: alleggerire le richieste considerate meno rilevanti, privilegiare dove possibile i dati quantitativi e rendere più chiaro il rapporto tra materialità e obblighi informativi. Il documento richiama anche la necessità di migliorare coerenza e interoperabilità, evitando duplicazioni e sovrapposizioni tra standard europei e standard globali.
È un passaggio importante perché la rendicontazione di sostenibilità rischiava di essere percepita come un esercizio di conformità troppo esteso. Il rischio non era solo amministrativo. Un report troppo lungo, troppo tecnico o troppo difensivo perde efficacia anche come strumento di dialogo e relazione con gli stakeholder.
La semplificazione può quindi rafforzare la rendicontazione, a una condizione: che non diventi un modo per eliminare informazioni scomode o ridurre la trasparenza sui temi più sensibili.
La materialità torna al centro
La revisione rafforza il ruolo della materialità. La bozza chiarisce che l’impresa non deve rendicontare informazioni non materiali, salvo casi specifici. Questo sposta il baricentro del processo verso una rendicontazione fondata sulla capacità di motivare ciò che conta.
Anche l’approccio top-down alla valutazione di materialità va letto in questa prospettiva. Le imprese potranno partire dai temi più rilevanti a livello complessivo, senza dover trattare ogni singolo impatto, rischio o opportunità come se avesse lo stesso peso. È una semplificazione concreta, soprattutto per gruppi complessi, filiere estese e contesti operativi diversificati.
La bozza interviene anche su altri punti tecnici con effetti pratici: valutata sulla dichiarazione di sostenibilità nel suo insieme, maggiore discrezionalità su aggregazione e disaggregazione delle informazioni, possibilità di omettere alcune informazioni in circostanze specifiche, maggiore flessibilità sugli effetti finanziari attesi e aggiornamenti su emissioni GHG, piani di transizione climatica e disclosure sociali.
Una cosa deve rimanere però chiara: la materialità non può diventare una formula per giustificare l’assenza di dati. Deve restare un processo tracciabile, documentato e governato e in cui emerge chiaramente il ruolo degli stakeholder, i loro input e come sono stati considerati.
Un dialogo possibile anche oltre le imprese obbligate
Il pacchetto Omnibus ha ridotto il perimetro delle imprese soggette agli obblighi CSRD. Questo ha aperto un tema importante: come mantenere vivo il percorso di trasparenza anche per le organizzazioni che non rientreranno più nell’obbligo diretto?
Qui la revisione degli ESRS può avere un ruolo non secondario. Standard più proporzionati e più leggibili possono facilitare il dialogo anche con imprese fuori dal perimetro obbligatorio, ma comunque coinvolte da richieste di clienti, banche, investitori, filiere e territori. La Commissione ha già evidenziato, nel quadro Omnibus, l’esigenza di ridurre gli oneri lungo la catena del valore e limitare le richieste informative verso le imprese più piccole. Per questo, in una gemella bozza di revisione, gli standard VSME, inizialmente pensati solo per le PMI, diventano i VS – Voluntary Standard, per tutte quelle imprese escluse dall’obbligo che intendono o che devono per esigenze di mercato comunque rendicontare.
È forse questo il punto politico più interessante della bozza. La sostenibilità non resta credibile se viene percepita solo come obbligo per pochi soggetti molto strutturati. Ha bisogno di strumenti utilizzabili, comprensibili e proporzionati anche per chi si muove in modo volontario o indiretto.
La Commissione sembra riconoscere che, per non indebolire il percorso avviato dalla CSRD, serve renderlo praticabile.
Il compromesso necessario
La bozza va letta come un compromesso. Un compromesso necessario, perché il rischio era duplice.
Da un lato, mantenere standard troppo complessi avrebbe potuto alimentare resistenza, affaticamento e applicazioni puramente formali. Dall’altro, una semplificazione troppo ampia avrebbe potuto trasformarsi in un arretramento della trasparenza.
La proposta cerca di evitare entrambi gli esiti. Conferma l’impianto della doppia materialità, mantiene la rendicontazione di sostenibilità dentro il quadro della Relazione sulla Gestione e prova a rendere più selettiva la richiesta informativa.
Per le imprese, questo significa che il lavoro non si ferma. Cambia semmai la qualità del lavoro richiesto. Servirà rivedere le analisi di materialità, rafforzare i processi di raccolta dati, documentare meglio le valutazioni manageriali e costruire report meno estesi ma più chiari.
Per i consulenti e i practitioner, la sfida sarà accompagnare le organizzazioni in questa fase senza trasformare la semplificazione in una scorciatoia. La flessibilità può migliorare la qualità del reporting solo se viene usata con rigore. Ora non ci resta come si concretizzerà questa bozza di revisione.
La direzione corretta è mantenere insieme due esigenze: alleggerire ciò che non aggiunge valore e proteggere ciò che consente agli stakeholder di capire davvero come un’impresa gestisce i propri impatti, rischi e opportunità. Qui si giocherà la credibilità dei nuovi ESRS.
Giulia Devani
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