Il VSME cambia nome e diventa Voluntary Standard

Gli standard VSME diventano Voluntary Standard

Il nuovo Voluntary Standard non stravolge il framework EFRAG, ma ne chiarisce la funzione: uno strumento proporzionato per rispondere alle richieste ESG di clienti, banche e investitori senza trasformare la sostenibilità in un questionario infinito.

Il VSME cambia nome, e non solo. Nella bozza di atto delegato pubblicata dalla Commissione europea il 6 maggio 2026, lo standard volontario di rendicontazione di sostenibilità non viene più presentato come uno strumento “per PMI”, ma come Voluntary Standard, destinato alle imprese non soggette agli obblighi CSRD e con un numero medio di dipendenti non superiore a 1.000 nell’esercizio precedente.

La Commissione non sembra voler riscrivere l’impianto del VSME sviluppato da EFRAG, ma correggerne il posizionamento: la parola “SME” – ossia PMI – rischiava di restringere nella percezione uno standard che, nella pratica, era già usato anche da imprese non propriamente classificabili come PMI, ma comunque escluse dalla rendicontazione obbligatoria.

È un passaggio meno di forma di quanto sembri, perché nella sostenibilità, come nella comunicazione, i nomi non sono mai neutri: possono includere, escludere, rassicurare o generare distanza. In questo caso, il nuovo nome ci dice che lo standard serve prima di tutto a costruire un linguaggio comune per chi sta dentro le catene del valore senza essere direttamente travolto dalla CSRD.

Dal VSME al Voluntary Standard: il nome cambia perché cambia il pubblico

La bozza chiarisce che l’obiettivo dello standard è aiutare le imprese non soggette alla rendicontazione obbligatoria a rispondere alle richieste informative delle grandi aziende in scope CSRD, delle banche e degli investitori, migliorando al tempo stesso la gestione dei propri temi ambientali e sociali.

Il Voluntary Standard non è quindi un obbligo mascherato ma nasce per evitare che ogni cliente, banca o capofiliera inventi il proprio questionario ESG, chiedendo dati diversi, in formati diversi, con logiche diverse.  La Commissione lo inserisce infatti nel quadro del cosiddetto value chain cap (limite alla catena del valore), pensato per limitare l’effetto a cascata della CSRD sulle imprese più piccole o comunque non obbligate.

La sostenibilità continua e continuerà a scendere lungo la filiera, ma con un argine, che pone almeno un perimetro riconoscibile.

Due moduli, una logica progressiva

La struttura resta quella già nota: Basic Module e Comprehensive Module. Il primo include le informazioni generali e le metriche essenziali ed è pensato come approccio di riferimento per le microimprese e come base minima per le altre. Il secondo aggiunge datapoint ulteriori, più vicini alle esigenze informative di banche, investitori e clienti corporate. L’applicazione del Basic Module è prerequisito per accedere al Comprehensive Module.

Nel Basic Module troviamo informazioni sull’impresa, pratiche e politiche di sostenibilità, consumi energetici, emissioni Scope 1 e Scope 2, acqua, rifiuti, economia circolare, caratteristiche della forza lavoro, salute e sicurezza, retribuzione, contrattazione collettiva, formazione e condanne o sanzioni per corruzione.

Il Comprehensive Module alza il livello: modello di business, mercati, principali relazioni commerciali, target di riduzione delle emissioni, rischi climatici, informazioni aggiuntive sulla forza lavoro, diritti umani, incidenti e alcuni indicatori di governance.

È una struttura sensata perché riconosce che non tutte le imprese hanno la stessa capacità organizzativa, ma molte subiscono ormai la stessa domanda di trasparenza. La proporzionalità diventa così una condizione di efficacia.

Volontario, ma non irrilevante

La parola “volontario” rischia però di essere letta male. Non significa “facoltativo” nel senso più debole del termine. Significa che non c’è un obbligo legale generalizzato come per gli ESRS, ma il mercato può trasformare rapidamente lo standard in una prassi attesa.

La stessa Commissione chiarisce che il Voluntary Standard serve a soddisfare le esigenze informative delle imprese soggette alla CSRD, ma anche di banche e investitori. Questo significa che molte aziende fuori perimetro continueranno a ricevere richieste ESG non perché lo impone direttamente il legislatore, ma perché lo chiedono clienti, finanziatori, partner industriali.

È il punto che le imprese dovrebbero cogliere subito. Uscire dall’obbligo CSRD non significa uscire dalla sostenibilità. Significa spostarsi da una pressione regolatoria diretta a una pressione relazionale, contrattuale, finanziaria.

Scope 3: volontario sulla carta, sempre più richiesto nella pratica

Uno dei passaggi più delicati riguarda lo Scope 3, cioè le emissioni indirette generate dall’organizzazione (quelle per esempio della sua catena del valore, dei trasporti, ecc.). Nel documento resta nell’area delle informazioni da considerare in funzione del settore e della rilevanza. La bozza specifica che, a seconda delle attività svolte, la quantificazione delle emissioni Scope 3 può essere appropriata per fornire informazioni rilevanti sugli impatti climatici lungo la catena del valore. Vengono citati, tra gli altri, manifattura, agroalimentare, costruzioni immobiliari e packaging come settori in cui le categorie Scope 3 possono essere significative.

Formalmente, quindi, non siamo davanti a un obbligo pieno e generalizzato. Ma nella realtà delle filiere lo Scope 3 è già il convitato di pietra. Se una grande impresa deve rendicontare le emissioni indirette lungo la catena del valore, prima o poi busserà alla porta dei fornitori.

E qui il Voluntary Standard diventa un campo di allenamento. Non tutte le imprese saranno pronte a calcolare subito lo Scope 3 con precisione chirurgica ma iniziare a mappare le fonti emissive, capire quali dati sono disponibili, individuare le categorie più rilevanti e costruire una base informativa credibile anche in questo caso diventa una scelta competitiva.

Il value chain cap: scudo o nuovo manuale d’uso?

Il value chain cap è probabilmente la vera novità politica del documento. Serve a evitare che le imprese soggette alla CSRD trasferiscano richieste informative sproporzionate sulle aziende più piccole della propria catena del valore.

Questo è un equilibrio sottile. Da una parte, protegge le imprese più piccole dall’effetto valanga. Dall’altra, non elimina la pressione informativa ma la incanala.

La bozza distingue inoltre tra imprese con 10 dipendenti o meno e imprese con più di 10 dipendenti, prevedendo una protezione maggiore per le microrealtà: alcune informazioni considerate necessarie per le imprese tra 11 e 1.000 dipendenti diventano volontarie per quelle più piccole.

È una scelta importante, perché riconosce che la sostenibilità non può essere costruita con lo stesso stampo per una multinazionale, una media impresa industriale e una microazienda familiare. La standardizzazione serve, ma quando diventa cieca produce solo compliance difensiva.

Meno burocrazia non deve voler dire meno strategia

Il rischio, ora, è che il Voluntary Standard venga letto come l’ennesimo adempimento “light”: una mini-CSRD da compilare per tranquillizzare clienti e banche. Sarebbe un errore. La sua utilità vera non sta solo nella semplificazione, ma nella possibilità di trasformare richieste sparse in un percorso ordinato. Per molte imprese, soprattutto quelle che non hanno ancora una funzione ESG strutturata, il Basic Module può diventare una prima mappa: dove consumiamo energia, quali emissioni conosciamo, come gestiamo sicurezza, formazione, contratti, rifiuti, acqua, biodiversità, governance.

Da lì si può decidere se salire al Comprehensive Module, consapevoli che alcuni dati servono davvero alla strategia: per accedere al credito, restare in una filiera, rispondere a un cliente internazionale, prepararsi a futuri sviluppi normativi o semplicemente capire meglio i propri rischi.

L’obiettivo nel medio-lungo termine è produrre meno rumore e più informazioni utili.

Ridefinire il campo di gioco

Il passaggio da VSME a Voluntary Standard racconta bene la fase in cui siamo entrati. L’Europa prova a semplificare, correggere, alleggerire, mantenendo le aspettative sulla sostenibilità e riorganizzandole.

Le imprese fuori dalla CSRD, pur non obbligate come le grandi aziende, non escono dal campo di gioco. Clienti, banche e investitori continueranno a chiedere dati. La differenza è che ora potrebbe esserci uno standard più chiaro per rispondere, senza inseguire ogni richiesta come se fosse un’emergenza nuova.

La volontarietà, in fondo, va letta non tanto come un invito a rimandare ma come un’occasione per prepararsi prima che siano altri a dettare tempi, linguaggio e priorità. E in una stagione in cui la sostenibilità rischia spesso di diventare una pila di moduli da compilare, avere una bussola proporzionata è prezioso. 

Micol Burighel 

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