Il Rapporto ASviS di Primavera 2026 ci dice che la sostenibilità è la risposta più concreta alla fragilità economica, sociale ed ecologica del Paese. Ma per renderla davvero trasformativa dobbiamo cambiare anche le parole: non più solo transizione, ma conversione.
C’è una parola che attraversa il Rapporto di Primavera 2026 dell’ASviS come una crepa nel muro: fragilità. Fragilità geopolitica, economica, sociale, ambientale, democratica. Fragilità delle catene del valore, dei territori, dei sistemi idrici, delle imprese, della fiducia collettiva. Fragilità, soprattutto, della nostra capacità di immaginare il futuro senza ridurlo a una prosecuzione più nervosa del presente.
Eppure, proprio dentro questa instabilità, il Rapporto indica una strada tutt’altro che consolatoria: la sostenibilità non è il lusso dei tempi tranquilli, ma l’infrastruttura dei tempi difficili. È, più radicalmente, una risposta alla vulnerabilità del nostro sistema economico, sociale ed ecologico.
Non siamo nel campo della poesia ma in quello della misurazione. Il Rapporto ricorda che le imprese manifatturiere con un profilo elevato di sostenibilità registrano un differenziale positivo di valore aggiunto del 16,7% rispetto a quelle con basso profilo. Le imprese High-ESG, tra il 2017 e il 2024, hanno aumentato i ricavi del 65% contro il 55% delle Low-ESG, e l’occupazione del 40% contro il 28%. Anche la finanza sostenibile continua a crescere: nel 2025 quasi tutte le imprese assicurative del campione hanno integrato i criteri ESG nelle politiche di investimento.
Insomma, mentre una parte del dibattito pubblico continua a trattare la sostenibilità come un vezzo ideologico, i dati sembrano raccontare qualcosa di molto meno romantico e molto più concreto: la sostenibilità conviene. Ma attenzione, conviene non perché “fa immagine”. Conviene perché riduce esposizione ai rischi, aumenta capacità di adattamento, migliora qualità organizzativa, rende più leggibili le imprese agli occhi di investitori, lavoratori, comunità e mercati.
La sostenibilità come risposta alla fragilità
Il punto più interessante del Rapporto ASviS è che non prova a vendere ottimismo. Anzi, parte da un bagno di realtà piuttosto freddo: l’Italia rischia di mancare gran parte degli Obiettivi dell’Agenda 2030. Su 38 obiettivi quantitativi analizzati, 22 non appaiono raggiungibili. Peggiorano o restano critici temi essenziali come povertà, sistemi idrici, disuguaglianze, ecosistemi terrestri, qualità della governance e partnership.
Questa fotografia dovrebbe chiudere una volta per tutte la stagione delle narrazioni autoassolutorie. Non siamo “sulla buona strada” solo perché abbiamo imparato a usare meglio le parole della sostenibilità. Non basta dire transizione, resilienza, impatto, circolarità, comunità. Le parole, se non tengono insieme scelte industriali, politiche pubbliche, investimenti e giustizia sociale, diventano coriandoli semantici: colorati, leggeri, rapidamente dispersi.
Eppure proprio qui si apre lo spazio politico e culturale più importante. Se il sistema è fragile, la sostenibilità non è un capitolo tra gli altri: è il metodo con cui (ri)costruire robustezza. Un Paese che investe in rinnovabili riduce la dipendenza energetica. Un’impresa che lavora sulla sicurezza della filiera riduce il rischio operativo e reputazionale. Una città che adatta spazi, orari, infrastrutture e servizi alla crisi climatica protegge salute, produttività e coesione sociale. Una politica industriale che mette insieme decarbonizzazione, innovazione, competenze e inclusione non fa beneficenza: costruisce competitività.
Il Rapporto lo dice con chiarezza anche negli scenari al 2050: nello scenario tendenziale, l’Italia rischia di assomigliare troppo a sé stessa, con pochi miglioramenti nel benessere complessivo. Al contrario, politiche integrate su decarbonizzazione, innovazione digitale, capitale umano e occupazione giovanile e femminile potrebbero produrre un miglioramento significativo dell’indice complessivo ASDI, che misura in forma aggregata il livello di benessere sostenibile del Paese.
Oltre la transizione: il limite di una parola consumata
E qui arriviamo alla seconda questione, forse la più delicata. Continuiamo a usare la parola “transizione”. Transizione ecologica, transizione energetica, transizione digitale, transizione giusta. È una parola utile, certo. Ha avuto il merito di rendere comprensibile il passaggio da un modello a un altro, ed è sicuramente utile in contesti in cui ci serve essere rapidi e diretti. Ma oggi mostra tutti i suoi limiti.
“Transizione” suggerisce un movimento lineare: si parte da un punto A e si arriva a un punto B. Come cambiare binario, aggiornare un software, sostituire un impianto, modificare una procedura. Ma quello che abbiamo davanti è più profondo. Non basta cambiare tecnologia se restano immutati i criteri con cui produciamo, consumiamo, misuriamo valore, distribuiamo rischi e benefici, prendiamo decisioni.
Forse dobbiamo avere il coraggio di usare un’altra parola: conversione.
Non in senso moralistico o confessionale, ma nel suo significato più esigente: cambiare direzione dello sguardo, riorientare le priorità, modificare il rapporto tra mezzi e fini. La conversione non è solo spostamento, è trasformazione del modo in cui interpretiamo il mondo. È il momento in cui capiamo che non si tratta di rendere un po’ più sostenibile il vecchio modello, ma di domandarci se quel modello sia ancora capace di generare futuro.
Ancora più radicalmente, potremmo parlare di metamorfosi. La transizione conserva l’idea della continuità. La metamorfosi, invece, implica una perdita, una discontinuità, persino una certa quota di smarrimento. Il bruco non diventa farfalla “efficientando” il proprio modo di strisciare. Deve attraversare una trasformazione più profonda, meno rassicurante, non riducibile a un piano operativo trimestrale.
Il rischio della sostenibilità senza società
C’è poi un altro passaggio del Rapporto che merita attenzione: il sostegno dell’opinione pubblica italiana all’Agenda 2030 resta alto. Il 90% degli studenti e delle famiglie e l’85% della business community considera importanti o molto importanti gli SDGs. Il 71% delle persone si dichiara disponibile a rivedere il proprio stile di vita per renderlo più sostenibile.
Sono dati preziosi, ma non autorizzano ingenuità. Il consenso verso la sostenibilità può diventare fragile se le persone la percepiscono come un discorso distante, punitivo, elitario o scollegato dalle fatiche quotidiane. La sostenibilità senza giustizia sociale rischia di diventare il capro espiatorio perfetto di ogni rabbia.
Per questo la conversione deve essere anche comunicativa. Occorre abbassare il volume dello storytelling autoreferenziale e alzare quello della narrazione orientata alla coesione sociale. Meno celebrazione delle virtù aziendali, più capacità di dire cosa cambia davvero per lavoratori, fornitori, territori, clienti, famiglie. Meno sostenibilità come medaglia, più sostenibilità come patto.
Non siamo condannati al giorno della marmotta
Il Rapporto usa un’immagine efficace: non siamo condannati a “girare in tondo”, come nel Giorno della marmotta, rivivendo sempre gli stessi errori, le stesse emergenze, le stesse mezze misure. Ma per uscirne serve una visione strategica. Serve aggiornare la Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile, rendere operativo il principio di coerenza delle politiche, integrare davvero valutazione di impatto generazionale e di genere, accelerare su rinnovabili, accumuli, elettrificazione, efficienza energetica, smart grid, adattamento climatico.
Dove il futuro cambia pelle
Il Rapporto ASviS ci consegna quindi una responsabilità difficile ma feconda: riconoscere che la sostenibilità è la risposta più concreta alla fragilità del nostro tempo, ma anche ammettere che non sarà sufficiente se continueremo a trattarla come una semplice transizione.
Abbiamo bisogno di una conversione. Di una metamorfosi. Di un cambio di postura prima ancora che di procedura.
Sergio Vazzoler
Andare oltre il concetto di transizione
Il Rapporto ASviS di Primavera 2026 ci dice che la sostenibilità è la risposta più concreta alla fragilità economica, sociale ed ecologica del Paese. Ma per renderla davvero trasformativa dobbiamo cambiare anche le parole: non più solo transizione, ma conversione.
C’è una parola che attraversa il Rapporto di Primavera 2026 dell’ASviS come una crepa nel muro: fragilità. Fragilità geopolitica, economica, sociale, ambientale, democratica. Fragilità delle catene del valore, dei territori, dei sistemi idrici, delle imprese, della fiducia collettiva. Fragilità, soprattutto, della nostra capacità di immaginare il futuro senza ridurlo a una prosecuzione più nervosa del presente.
Eppure, proprio dentro questa instabilità, il Rapporto indica una strada tutt’altro che consolatoria: la sostenibilità non è il lusso dei tempi tranquilli, ma l’infrastruttura dei tempi difficili. È, più radicalmente, una risposta alla vulnerabilità del nostro sistema economico, sociale ed ecologico.
Non siamo nel campo della poesia ma in quello della misurazione. Il Rapporto ricorda che le imprese manifatturiere con un profilo elevato di sostenibilità registrano un differenziale positivo di valore aggiunto del 16,7% rispetto a quelle con basso profilo. Le imprese High-ESG, tra il 2017 e il 2024, hanno aumentato i ricavi del 65% contro il 55% delle Low-ESG, e l’occupazione del 40% contro il 28%. Anche la finanza sostenibile continua a crescere: nel 2025 quasi tutte le imprese assicurative del campione hanno integrato i criteri ESG nelle politiche di investimento.
Insomma, mentre una parte del dibattito pubblico continua a trattare la sostenibilità come un vezzo ideologico, i dati sembrano raccontare qualcosa di molto meno romantico e molto più concreto: la sostenibilità conviene. Ma attenzione, conviene non perché “fa immagine”. Conviene perché riduce esposizione ai rischi, aumenta capacità di adattamento, migliora qualità organizzativa, rende più leggibili le imprese agli occhi di investitori, lavoratori, comunità e mercati.
La sostenibilità come risposta alla fragilità
Il punto più interessante del Rapporto ASviS è che non prova a vendere ottimismo. Anzi, parte da un bagno di realtà piuttosto freddo: l’Italia rischia di mancare gran parte degli Obiettivi dell’Agenda 2030. Su 38 obiettivi quantitativi analizzati, 22 non appaiono raggiungibili. Peggiorano o restano critici temi essenziali come povertà, sistemi idrici, disuguaglianze, ecosistemi terrestri, qualità della governance e partnership.
Questa fotografia dovrebbe chiudere una volta per tutte la stagione delle narrazioni autoassolutorie. Non siamo “sulla buona strada” solo perché abbiamo imparato a usare meglio le parole della sostenibilità. Non basta dire transizione, resilienza, impatto, circolarità, comunità. Le parole, se non tengono insieme scelte industriali, politiche pubbliche, investimenti e giustizia sociale, diventano coriandoli semantici: colorati, leggeri, rapidamente dispersi.
Eppure proprio qui si apre lo spazio politico e culturale più importante. Se il sistema è fragile, la sostenibilità non è un capitolo tra gli altri: è il metodo con cui (ri)costruire robustezza. Un Paese che investe in rinnovabili riduce la dipendenza energetica. Un’impresa che lavora sulla sicurezza della filiera riduce il rischio operativo e reputazionale. Una città che adatta spazi, orari, infrastrutture e servizi alla crisi climatica protegge salute, produttività e coesione sociale. Una politica industriale che mette insieme decarbonizzazione, innovazione, competenze e inclusione non fa beneficenza: costruisce competitività.
Il Rapporto lo dice con chiarezza anche negli scenari al 2050: nello scenario tendenziale, l’Italia rischia di assomigliare troppo a sé stessa, con pochi miglioramenti nel benessere complessivo. Al contrario, politiche integrate su decarbonizzazione, innovazione digitale, capitale umano e occupazione giovanile e femminile potrebbero produrre un miglioramento significativo dell’indice complessivo ASDI, che misura in forma aggregata il livello di benessere sostenibile del Paese.
Oltre la transizione: il limite di una parola consumata
E qui arriviamo alla seconda questione, forse la più delicata. Continuiamo a usare la parola “transizione”. Transizione ecologica, transizione energetica, transizione digitale, transizione giusta. È una parola utile, certo. Ha avuto il merito di rendere comprensibile il passaggio da un modello a un altro, ed è sicuramente utile in contesti in cui ci serve essere rapidi e diretti. Ma oggi mostra tutti i suoi limiti.
“Transizione” suggerisce un movimento lineare: si parte da un punto A e si arriva a un punto B. Come cambiare binario, aggiornare un software, sostituire un impianto, modificare una procedura. Ma quello che abbiamo davanti è più profondo. Non basta cambiare tecnologia se restano immutati i criteri con cui produciamo, consumiamo, misuriamo valore, distribuiamo rischi e benefici, prendiamo decisioni.
Forse dobbiamo avere il coraggio di usare un’altra parola: conversione.
Non in senso moralistico o confessionale, ma nel suo significato più esigente: cambiare direzione dello sguardo, riorientare le priorità, modificare il rapporto tra mezzi e fini. La conversione non è solo spostamento, è trasformazione del modo in cui interpretiamo il mondo. È il momento in cui capiamo che non si tratta di rendere un po’ più sostenibile il vecchio modello, ma di domandarci se quel modello sia ancora capace di generare futuro.
Ancora più radicalmente, potremmo parlare di metamorfosi. La transizione conserva l’idea della continuità. La metamorfosi, invece, implica una perdita, una discontinuità, persino una certa quota di smarrimento. Il bruco non diventa farfalla “efficientando” il proprio modo di strisciare. Deve attraversare una trasformazione più profonda, meno rassicurante, non riducibile a un piano operativo trimestrale.
Il rischio della sostenibilità senza società
C’è poi un altro passaggio del Rapporto che merita attenzione: il sostegno dell’opinione pubblica italiana all’Agenda 2030 resta alto. Il 90% degli studenti e delle famiglie e l’85% della business community considera importanti o molto importanti gli SDGs. Il 71% delle persone si dichiara disponibile a rivedere il proprio stile di vita per renderlo più sostenibile.
Sono dati preziosi, ma non autorizzano ingenuità. Il consenso verso la sostenibilità può diventare fragile se le persone la percepiscono come un discorso distante, punitivo, elitario o scollegato dalle fatiche quotidiane. La sostenibilità senza giustizia sociale rischia di diventare il capro espiatorio perfetto di ogni rabbia.
Per questo la conversione deve essere anche comunicativa. Occorre abbassare il volume dello storytelling autoreferenziale e alzare quello della narrazione orientata alla coesione sociale. Meno celebrazione delle virtù aziendali, più capacità di dire cosa cambia davvero per lavoratori, fornitori, territori, clienti, famiglie. Meno sostenibilità come medaglia, più sostenibilità come patto.
Non siamo condannati al giorno della marmotta
Il Rapporto usa un’immagine efficace: non siamo condannati a “girare in tondo”, come nel Giorno della marmotta, rivivendo sempre gli stessi errori, le stesse emergenze, le stesse mezze misure. Ma per uscirne serve una visione strategica. Serve aggiornare la Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile, rendere operativo il principio di coerenza delle politiche, integrare davvero valutazione di impatto generazionale e di genere, accelerare su rinnovabili, accumuli, elettrificazione, efficienza energetica, smart grid, adattamento climatico.
Dove il futuro cambia pelle
Il Rapporto ASviS ci consegna quindi una responsabilità difficile ma feconda: riconoscere che la sostenibilità è la risposta più concreta alla fragilità del nostro tempo, ma anche ammettere che non sarà sufficiente se continueremo a trattarla come una semplice transizione.
Abbiamo bisogno di una conversione. Di una metamorfosi. Di un cambio di postura prima ancora che di procedura.
Sergio Vazzoler
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