Fuori obbligo, non fuori gioco: l’illusione dell’esenzione ESG per le PMI

Pmi e obblighi ESG

L’Omnibus alleggerisce alcuni obblighi di rendicontazione, ma non cancella le richieste del mercato. Per molte PMI, restare fuori dai dati ESG può significare perdere posizione nella filiera.

Dopo il pacchetto Omnibus europeo, molte imprese hanno tirato un sospiro di sollievo. Comprensibile, perché le direttive che rivede nella loro prima scrittura erano davvero complesse e ambiziose. Il perimetro della rendicontazione di sostenibilità si è ristretto: il Consiglio UE ha confermato l’innalzamento delle soglie CSRD alle imprese con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto annuo; per la CSDDD, la soglia sale a più di 5.000 dipendenti e oltre 1,5 miliardi di euro di fatturato netto.

Per molte PMI questo significa uscire dagli obblighi diretti. Ma uscire dagli obblighi non è tutto e soprattutto non significa uscire dalle filiere, dai mercati, dalle banche, dalle gare, dalle valutazioni dei clienti.

Il rischio è confondere l’esenzione normativa con una specie di libera uscita dalla sostenibilità. Un abbaglio comodo, ma pericoloso. Perché il mercato non ha aspettato la Gazzetta ufficiale per chiedere dati ESG, e non smetterà di farlo per decreto.

La sostenibilità non è scomparsa

La prima cosa da chiarire è semplice: l’Omnibus modifica il quadro degli obblighi, non il contesto competitivo. Le grandi imprese che restano soggette alla CSRD continueranno ad avere bisogno di informazioni lungo la catena del valore. Le banche continueranno a valutare rischi ambientali, sociali e di governance. I clienti continueranno a chiedere garanzie su tracciabilità, sicurezza, diritti, emissioni, compliance e continuità operativa.

È anche una questione di gestione del rischio. Un’impresa capofila che deve presidiare la propria filiera non può permettersi fornitori opachi. Una banca che finanzia un’azienda esposta a rischi climatici, energetici o reputazionali ha interesse a conoscerli. Un cliente internazionale che deve dimostrare standard ambientali e sociali non può basarsi su dichiarazioni generiche.

Il mercato continua a fare domande

Le PMI rappresentano la quasi totalità del tessuto produttivo europeo: secondo l’Annual Report on European SMEs 2024/2025, sono il 99,8% delle imprese dell’economia business europea. È evidente che una transizione sostenibile non può ignorare questo fatto di economia reale.

La Commissione europea ha adottato nel luglio 2025 una raccomandazione sullo standard volontario VSME proprio per aiutare le PMI a rispondere alle richieste di informazioni provenienti da grandi imprese e istituzioni finanziarie soggette alla CSRD. La Commissione incoraggia inoltre grandi aziende e istituzioni finanziarie a basare le proprie richieste sullo standard volontario, per ridurre il carico informativo sulle imprese più piccole.

Tradotto: il legislatore prova a mettere ordine, non a spegnere la domanda di dati.

Il vero rischio è restare ai margini della filiera

Per molte PMI, la sostenibilità non si giocherà in prima battuta su un report pubblicato online ma nella relazione con i clienti.

Chi è in grado di fornire dati affidabili, aggiornati e coerenti sarà più semplice da coinvolgere, valutare, confermare. Chi non è in grado di farlo rischierà di essere percepito come un punto debole della filiera.

Non necessariamente per cattiva volontà. A volte basta non avere un dato sui consumi energetici, non conoscere l’origine di alcune forniture, non avere procedure formalizzate su salute e sicurezza, non saper documentare formazione, diversità, gestione dei reclami o criteri di selezione dei fornitori.

Il punto è che ciò che prima poteva restare implicito oggi tende a diventare informazione richiesta, verificabile, confrontabile.

E nelle filiere competitive l’opacità costa. Costa tempo, perché obbliga a rincorse continue; fiducia, perché rende più faticosa la relazione con clienti e partner; opportunità, perché può far perdere gare, contratti o condizioni di finanziamento migliori.

I dati ESG come infrastruttura competitiva

La sostenibilità, per una PMI, non deve diventare una replica in miniatura del reporting delle grandi aziende. Sarebbe inefficiente e, diciamolo, anche un po’ crudele.

Serve invece un approccio proporzionato: pochi dati ben scelti, processi chiari, responsabilità definite, documenti aggiornati, capacità di spiegare cosa si fa e cosa ancora no.

Il VSME può aiutare proprio in questa direzione, perché nasce come standard volontario e semplificato, allineato agli ESRS ma pensato per le capacità e le esigenze delle PMI. EFRAG lo presenta come uno strumento per rispondere alle richieste di dati, facilitare l’accesso alla finanza e migliorare la gestione delle sfide ambientali e sociali.

Non tutto, ma ciò che conta davvero

Una delle obiezioni più frequenti è: “Non possiamo misurare tutto”. Ed è vero. Non bisogna misurare tutto. La domanda corretta non è quante informazioni raccogliere, ma quali informazioni servono davvero all’impresa, ai suoi stakeholder e alla sua posizione di mercato.

Per un’azienda manifatturiera energivora saranno cruciali energia, emissioni, efficienza, sicurezza e gestione della filiera. Per una società di servizi potranno pesare di più capitale umano, formazione, governance, inclusione, privacy, qualità del lavoro. Per un fornitore industriale sarà essenziale dimostrare tracciabilità, continuità operativa, gestione dei rischi e affidabilità dei processi.

La materialità, anche quando non è formalizzata come negli standard più complessi, resta una bussola. Aiuta a evitare due errori opposti: fare troppo, disperdendo energie, oppure non fare nulla, aspettando che siano gli altri a decidere per noi.

Rimanere nel gioco

Il punto non è convincere ogni PMI a pubblicare un bilancio di sostenibilità domani mattina ma evitare che l’alleggerimento normativo venga interpretato come un invito all’immobilità.

Restare fuori dagli obblighi può essere un sollievo. Restare fuori dai processi ESG, invece, può diventare un problema competitivo. Le imprese che iniziano ora a costruire una base dati semplice, proporzionata e credibile avranno un vantaggio: potranno rispondere meglio alle richieste del mercato, ridurre improvvisazioni, prevenire errori, rafforzare la relazione con clienti e banche.

Le altre rischiano di scoprire troppo tardi che non era la normativa a tenere accesa la sostenibilità. Era il mercato. E il mercato, a differenza degli obblighi, non sempre concede proroghe.

Giulia Devani

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