Di fronte ai cambiamenti introdotti dalla CSRD è necessario rimboccarsi le maniche e studiare. Necessario, sì, ma non sufficiente. La portata della trasformazione in atto richiede anche capacità relazionali e competenze in ambito comunicativo per affrancare la rendicontazione ESG dal pubblico dei soli addetti ai lavori e restituirla alla sua vocazione originaria, accessibile e inclusiva. Il commento di Sergio Vazzoler, partner di Amapola, uscito sul n.10 di ESG Business Review.
Rendicontare non può essere più una attività di compliance, periferica rispetto ai processi interni, ma deve diventare il terreno fertile su cui far germogliare piani e strategie di sostenibilità che si sostanziano nel dialogo con gli stakeholder. Come emergere però dal rumore di fondo, evitando di cadere nell’approccio fast food oppure autoproclamandosi beati? È necessario essere seri, raccontare i fatti per quello che sono, senza dimenticare di metterci un po’ di verve e senza omettere i successi, ma nemmeno le sconfitte, le dimenticanze, le pigrizie, i dubbi. Nella consapevolezza che le soluzioni prêt-à-porter difficilmente funzionano, l’obiettivo di un buon reporting ESG dovrebbe essere fare emergere l’identità di una organizzazione, la sua unicità, che si tratti di una Pmi o di una multinazionale.
L’ingaggio degli stakeholder al centro del reporting ESG
Ora come non mai, l’ingaggio degli stakeholder è un tema non più sacrificabile. ll concetto di doppia materialità introdotto dalla CSRD spinge proprio in questa direzione e la preoccupazione è forte tra le organizzazioni. Il report, con i giusti accorgimenti, può essere un eccezionale strumento di stakeholder engagement e management, raccogliendo di volta in volta i temi materiali che scaturiscono dal confronto continuativo con i propri interlocutori strategici. Il nostro consiglio di consulenti è quello di partire dai primi approcci e progetti di engagement (interviste, focus group) per passare a una gestione delle relazioni continuativa (laboratori mediati da tecniche di facilitazione, tavoli multistakeholder permanenti): solo un coinvolgimento duraturo e articolato rende possibile una relazione autentica, fondata sulla fiducia, in grado di rafforzarsi nel tempo.
Il grande valore del reporting di sostenibilità sta nella sua natura multidimensionale. È un processo strategico che permette di individuare punti di forza, debolezze, criticità ma è anche uno strumento organizzativo attraverso cui attivare le risorse necessarie per «far funzionare la macchina», integrando obiettivi e progetti delle diverse business unit in un’ottica aperta e collaborativa.
Trasmettere all’esterno
L’attenzione ai processi interni non deve però far passare in secondo piano la necessità di dare conto all’esterno del proprio agire. Essere trasparenti significa puntare su una informazione accessibile, declinata in base al proprio pubblico e perciò semplificata (ma mai banalizzata), sintetizzata (ma mai mancante), coinvolgente (ma mai enfatica). La valorizzazione comunicativa deve essere parte integrante del percorso di reporting ESG e non un corollario.
Rigore del metodo, autenticità e accessibilità dei dati ma anche una nuova vocazione alle relazioni e al dialogo strategico con gli stakeholder: è questo che ci chiede oggi la CSRD, ed è questo quello che dovremo imparare a fare nel prossimo futuro.
Mettersi in gioco
Ciò che conta davvero, in questo nuovo assestamento dei modelli di reporting ESG, è che ogni organizzazione approcci il cambiamento con il proprio ritmo. Inutile provare a correre, se stiamo ancora compiendo i primi passi. Anche per questo, anche per chi non ha l’obbligatorietà (oggi), il consiglio è quello di mettersi alla prova con una partita di allenamento, un report volontario che aiuti ad attivare le leve organizzative e strategiche e a prendere confidenza con i processi di rendicontazione, dalla raccolta dati all’analisi di materialità, fino all’ingaggio degli stakeholder. A patto che, fin da subito, si definiscano gli obiettivi a medio-lungo termine da monitorare di anno in anno. Chi rendiconta già da tempo invece deve avere il coraggio di uscire dalla propria comfort zone e dedicarsi a temi più sfidanti: analisi dei rischi, tassonomia europea, doppia materialità. È faticoso? Senza dubbio, ma il risultato non deluderà.
Sergio Vazzoler
Reporting ESG: riscoprire le relazioni
Di fronte ai cambiamenti introdotti dalla CSRD è necessario rimboccarsi le maniche e studiare. Necessario, sì, ma non sufficiente. La portata della trasformazione in atto richiede anche capacità relazionali e competenze in ambito comunicativo per affrancare la rendicontazione ESG dal pubblico dei soli addetti ai lavori e restituirla alla sua vocazione originaria, accessibile e inclusiva. Il commento di Sergio Vazzoler, partner di Amapola, uscito sul n.10 di ESG Business Review.
Rendicontare non può essere più una attività di compliance, periferica rispetto ai processi interni, ma deve diventare il terreno fertile su cui far germogliare piani e strategie di sostenibilità che si sostanziano nel dialogo con gli stakeholder. Come emergere però dal rumore di fondo, evitando di cadere nell’approccio fast food oppure autoproclamandosi beati? È necessario essere seri, raccontare i fatti per quello che sono, senza dimenticare di metterci un po’ di verve e senza omettere i successi, ma nemmeno le sconfitte, le dimenticanze, le pigrizie, i dubbi. Nella consapevolezza che le soluzioni prêt-à-porter difficilmente funzionano, l’obiettivo di un buon reporting ESG dovrebbe essere fare emergere l’identità di una organizzazione, la sua unicità, che si tratti di una Pmi o di una multinazionale.
L’ingaggio degli stakeholder al centro del reporting ESG
Ora come non mai, l’ingaggio degli stakeholder è un tema non più sacrificabile. ll concetto di doppia materialità introdotto dalla CSRD spinge proprio in questa direzione e la preoccupazione è forte tra le organizzazioni. Il report, con i giusti accorgimenti, può essere un eccezionale strumento di stakeholder engagement e management, raccogliendo di volta in volta i temi materiali che scaturiscono dal confronto continuativo con i propri interlocutori strategici. Il nostro consiglio di consulenti è quello di partire dai primi approcci e progetti di engagement (interviste, focus group) per passare a una gestione delle relazioni continuativa (laboratori mediati da tecniche di facilitazione, tavoli multistakeholder permanenti): solo un coinvolgimento duraturo e articolato rende possibile una relazione autentica, fondata sulla fiducia, in grado di rafforzarsi nel tempo.
Il grande valore del reporting di sostenibilità sta nella sua natura multidimensionale. È un processo strategico che permette di individuare punti di forza, debolezze, criticità ma è anche uno strumento organizzativo attraverso cui attivare le risorse necessarie per «far funzionare la macchina», integrando obiettivi e progetti delle diverse business unit in un’ottica aperta e collaborativa.
Trasmettere all’esterno
L’attenzione ai processi interni non deve però far passare in secondo piano la necessità di dare conto all’esterno del proprio agire. Essere trasparenti significa puntare su una informazione accessibile, declinata in base al proprio pubblico e perciò semplificata (ma mai banalizzata), sintetizzata (ma mai mancante), coinvolgente (ma mai enfatica). La valorizzazione comunicativa deve essere parte integrante del percorso di reporting ESG e non un corollario.
Rigore del metodo, autenticità e accessibilità dei dati ma anche una nuova vocazione alle relazioni e al dialogo strategico con gli stakeholder: è questo che ci chiede oggi la CSRD, ed è questo quello che dovremo imparare a fare nel prossimo futuro.
Mettersi in gioco
Ciò che conta davvero, in questo nuovo assestamento dei modelli di reporting ESG, è che ogni organizzazione approcci il cambiamento con il proprio ritmo. Inutile provare a correre, se stiamo ancora compiendo i primi passi. Anche per questo, anche per chi non ha l’obbligatorietà (oggi), il consiglio è quello di mettersi alla prova con una partita di allenamento, un report volontario che aiuti ad attivare le leve organizzative e strategiche e a prendere confidenza con i processi di rendicontazione, dalla raccolta dati all’analisi di materialità, fino all’ingaggio degli stakeholder. A patto che, fin da subito, si definiscano gli obiettivi a medio-lungo termine da monitorare di anno in anno. Chi rendiconta già da tempo invece deve avere il coraggio di uscire dalla propria comfort zone e dedicarsi a temi più sfidanti: analisi dei rischi, tassonomia europea, doppia materialità. È faticoso? Senza dubbio, ma il risultato non deluderà.
Sergio Vazzoler
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