Per nove aziende su dieci la sostenibilità è ormai un riferimento strategico. Dipendenti, qualità del lavoro e parità di genere guidano le priorità, mentre misurazione degli impatti e dialogo con comunità e filiere restano i principali terreni da consolidare.
La sostenibilità sociale prende forma nelle decisioni che scandiscono la vita quotidiana di un’impresa: la sicurezza delle persone, le retribuzioni, la formazione, la possibilità di conciliare lavoro e vita privata, l’inclusione, il rapporto con i fornitori e la qualità delle relazioni costruite nei territori. È da questa prospettiva che il 4° Rapporto dell’Osservatorio Sodalitas sulla Sostenibilità Sociale d’Impresa analizza il legame tra responsabilità sociale e creazione di valore. Il risultato principale è netto: nonostante l’incertezza economica, le tensioni geopolitiche e il ripensamento di parte della normativa europea, la sostenibilità non sembra aver perso rilevanza nelle aziende già più sensibili al tema.
Il 90% delle imprese intervistate la considera un valore strategico molto importante. La componente sociale raggiunge il 90% delle indicazioni, tre punti in più rispetto alla precedente rilevazione del 2023, mentre quella ambientale sale all’89%, con un incremento di sei punti. L’82% ritiene inoltre che la sostenibilità sociale sia diventata più importante rispetto a cinque anni fa.
Il campione del Rapporto Sodalitas
La ricerca, condotta nel febbraio 2026, combina diversi strumenti. Alla rilevazione quantitativa su 211 imprese si affiancano 16 interviste individuali a sustainability manager e amministratori delegati e due focus group, ai quali hanno partecipato complessivamente 37 aziende associate a Fondazione Sodalitas.
L’indagine prende in esame quattro aree: l’integrazione della sostenibilità nel modello di business, le iniziative rivolte agli stakeholder interni ed esterni, la misurazione degli impatti sociali ed economici e la comunicazione responsabile.
Il Rapporto precisa un elemento metodologico importante: il campione non è rappresentativo dell’intero sistema produttivo italiano. Le aziende coinvolte provengono dal database di Fondazione Sodalitas, dalla rete della Carta per le Pari Opportunità e da network già impegnati sulla sostenibilità, come Global Compact Network Italia, Impronta Etica e il Salone della CSR e dell’innovazione sociale.
La ricerca fotografa quindi il segmento più avanzato del mercato, non la condizione media delle imprese italiane. I risultati aiutano soprattutto a individuare le direzioni lungo le quali potrebbero evolvere le strategie aziendali nei prossimi anni.
Cultura aziendale e management guidano la sostenibilità sociale
Tra le evidenze più significative c’è il peso attribuito ai fattori interni. Secondo le imprese intervistate, cultura organizzativa, visione dell’imprenditore e orientamento del top management incidono sulle strategie di sostenibilità più delle pressioni normative e delle richieste provenienti dal mercato.
La visione del vertice aziendale è indicata come driver dall’80% del campione, mentre il 78% richiama una motivazione etica, legata al desiderio di contribuire al miglioramento della società. Il 75% riconosce anche una ragione economica: la convinzione che l’impegno sociale renda l’impresa più competitiva.
Le regole rimangono importanti, ma non sembrano essere il primo motore. Il dato suggerisce che, almeno nelle organizzazioni già mature, la sostenibilità sociale tende a resistere anche quando gli obblighi vengono modificati o alleggeriti. Non è considerata soltanto una risposta alla compliance, ma una componente del modo in cui l’azienda interpreta il proprio sviluppo.
Questa impostazione emerge anche dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile ritenuti prioritari. In testa si colloca l’SDG 8, dedicato al lavoro dignitoso e alla crescita economica, scelto dall’81% delle imprese. Seguono la parità di genere, al 76%, salute e benessere, al 66%, lotta al cambiamento climatico, al 59%, e innovazione e infrastrutture, al 56%. Rispetto al 2023, lavoro dignitoso e parità di genere guadagnano entrambi dodici punti.
Dipendenti al centro delle strategie di sostenibilità
I dipendenti sono lo stakeholder più rilevante per il 93% delle imprese, davanti a clienti e consumatori, indicati dall’88%. Seguono fornitori, al 70%, e comunità locali, al 66%. Più distanti si collocano istituzioni, organizzazioni non profit, scuole e università.
La centralità delle persone interne si traduce in un’idea di sostenibilità del lavoro sempre più ampia. Gli ambiti presidiati comprendono formazione e sviluppo delle competenze, conciliazione tra vita privata e professionale, politiche retributive, welfare aziendale, diversità e inclusione, salute e sicurezza. Tutte queste dimensioni raccolgono livelli di attenzione superiori all’80%.
Il dato si inserisce in uno scenario segnato dall’invecchiamento della popolazione, dalla carenza di competenze e dalla difficoltà di attrarre le generazioni più giovani. Il Rapporto richiama anche la stagnazione dei salari reali, la polarizzazione prodotta dalla trasformazione digitale e le nuove aspettative verso autonomia, flessibilità e significato del lavoro.
La sostenibilità sociale diventa così anche una risposta alle necessità operative delle imprese. Migliorare il clima interno, ridurre il turnover e costruire percorsi di crescita non riguarda soltanto il benessere individuale: incide sulla continuità organizzativa e sulla capacità di trattenere competenze che il mercato rende sempre più scarse.
La sostenibilità sociale è vista come un investimento
La maggioranza delle aziende respinge l’idea che le politiche sociali rappresentino esclusivamente un costo. Il 93% considera un investimento le iniziative rivolte ai dipendenti, l’82% quelle dedicate ai clienti e il 75% gli interventi a beneficio delle comunità. La percentuale scende al 54% quando si guarda alla catena di fornitura.
Il ritorno economico viene percepito con maggiore immediatezza quando le attività interessano stakeholder vicini al funzionamento dell’impresa. Il 75% associa benefici economici agli investimenti sui dipendenti e il 71% a quelli rivolti ai clienti. Per filiera e comunità le quote si fermano rispettivamente al 49% e al 48%.
Anche i tempi cambiano. Gli effetti delle iniziative interne vengono considerati più rapidi, mentre quelli prodotti sui territori e lungo la catena di fornitura emergono nel medio e lungo periodo. Il Rapporto registra quindi una distanza tra ciò che genera un vantaggio immediatamente visibile e ciò che contribuisce a costruire condizioni di sviluppo più stabili ma meno facili da attribuire a una singola iniziativa.
Tra i benefici dichiarati figurano reputazione, apprezzamento da parte dei clienti, miglioramento del clima interno, competitività e capacità di attrarre talenti. Il valore sociale e quello economico vengono descritti come dimensioni collegate, anche se non sempre misurate con la stessa precisione.
Comunità e filiere, il valore meno immediato
Sul territorio le iniziative più diffuse riguardano educazione e formazione e interventi sociali, entrambi indicati dal 67% delle imprese. Seguono cultura, ambiente, sport e valorizzazione locale.
La dimensione aziendale incide sensibilmente. Le attività ambientali rivolte alle comunità passano dal 24% nelle piccole imprese al 61% nelle organizzazioni con più di mille dipendenti. Quelle sociali salgono dal 26% all’85%, mentre gli interventi di promozione del territorio crescono dal 26% al 50%.
La disponibilità di risorse continua, dunque, a determinare la capacità di intervenire oltre i confini aziendali. Ma il Rapporto mostra anche un’altra differenza: comunità e filiere sono gli ambiti nei quali il valore generato è percepito come più lento e difficile da quantificare. Proprio per questo rischiano di ricevere meno attenzione quando le strategie vengono valutate prevalentemente attraverso risultati di breve periodo.
Misurare gli impatti sociali resta una sfida
Le imprese dichiarano una forte attenzione alla misurazione degli effetti prodotti sui dipendenti: l’84% considera importante valutarli. La quota è del 73% per i clienti-consumatori, del 56% per le comunità e del 51% per la catena di fornitura.
La stessa graduatoria si ritrova quando l’oggetto della misurazione diventa il ritorno economico. Clienti e dipendenti occupano le prime posizioni, mentre filiera e territorio rimangono più distanti.
Il quadro evidenzia un punto ancora aperto. Le aziende riconoscono che la sostenibilità sociale produce valore, ma gli strumenti per collegare investimenti, impatti e risultati economici non appaiono ugualmente sviluppati per tutti gli stakeholder. Misurare un miglioramento del clima interno o una riduzione del turnover è generalmente più semplice che attribuire un beneficio economico a un progetto educativo locale o al rafforzamento delle condizioni sociali lungo la filiera.
Comunicazione efficace all’interno, più debole all’esterno
Il Rapporto dedica una parte specifica al racconto della sostenibilità sociale. Il 63% delle imprese considera efficace la comunicazione verso i dipendenti. La percentuale scende al 44% per clienti e consumatori, al 41% per investitori e comunità finanziaria e al 32% per le comunità.
È una distanza significativa. Le organizzazioni sembrano più capaci di spiegare le proprie iniziative alle persone che lavorano al loro interno che di costruire un dialogo riconoscibile con gli stakeholder esterni. E proprio le comunità, già meno presenti nella misurazione del valore, risultano anche il pubblico con cui la comunicazione viene giudicata meno efficace.
Per prevenire il social washing, il 68% delle imprese afferma di comunicare soltanto ciò che è stato effettivamente realizzato. Tra gli strumenti privilegiati figurano il bilancio di sostenibilità, il sito aziendale, LinkedIn e le certificazioni rilasciate da soggetti terzi.
Le aziende valutano come contenuto il rischio di social washing, con valori medi compresi tra 2,19 e 2,40 su una scala da uno a cinque. Si tratta però di una percezione espressa dalle stesse organizzazioni intervistate, non di una verifica indipendente sulla corrispondenza tra dichiarazioni e risultati.
Dal perimetro aziendale alla creazione di valore condiviso
Il 4° Rapporto Sodalitas descrive un gruppo di imprese per cui la sostenibilità sociale ha ormai superato la soglia dell’adempimento. Il lavoro dignitoso, la parità di genere, il benessere e lo sviluppo delle competenze vengono considerati elementi della competitività, non iniziative parallele al business.
Il passaggio successivo riguarda soprattutto il perimetro. Dipendenti e clienti concentrano investimenti, misurazioni e comunicazione; comunità e filiere rimangono più spesso associate a benefici lontani nel tempo e difficili da rappresentare.
È qui che si giocherà una parte importante dell’evoluzione futura: costruire strumenti capaci di seguire gli effetti sociali oltre i confini più prossimi dell’impresa. Perché il valore condiviso diventa pienamente riconoscibile soltanto quando ciò che migliora la vita dell’organizzazione contribuisce anche alla solidità dei territori e delle relazioni da cui l’organizzazione stessa dipende.