L’indagine Ipsos Doxa per ASviS mostra una sostenibilità più conosciuta, ma anche più condizionata da salute, costo della vita, crisi internazionali e fiducia nelle istituzioni. Il punto non è convincere le persone che il clima conti: è rendere la transizione concreta, equa e credibile.
Il 90% della popolazione intervistata ritiene ancora importante impegnarsi per la sostenibilità. Eppure, qualcosa si è incrinato nel rapporto tra opinione pubblica e transizione ecologica: non la consapevolezza, che anzi cresce, ma il senso di urgenza. È il dato più interessante che emerge dall’indagine Ipsos Doxa realizzata per ASviS, presentata il 21 aprile a Roma in occasione del lancio della decima edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile. La ricerca, condotta su un campione rappresentativo di 1.200 persone sopra i 16 anni, segnala una crescita della conoscenza dell’Agenda 2030, ma anche un calo del senso di urgenza legato alla transizione ecologica.
Il quadro non parla di disimpegno. Sarebbe una lettura troppo comoda, e probabilmente sbagliata. Parla piuttosto di stanchezza, selezione delle priorità e richiesta di leadership. a transizione ecologica resta desiderabile, ma deve diventare più comprensibile nei suoi benefici concreti: salute, benessere, sicurezza, lavoro dignitoso, comunità più resilienti.
Che cosa emerge dall’indagine ASviS-Ipsos sulla sostenibilità in Italia
Secondo i dati diffusi da ASviS, quasi tre persone su quattro in Italia il 73%, hanno sentito parlare dell’Agenda 2030, circa un terzo in più rispetto a quattro anni fa. Il 90% delle persone intervistate ritiene ancora importante impegnarsi per la sostenibilità, mentre il 71% si dichiara disposto a fare la propria parte, anche modificando alcuni aspetti dello stile di vita.
Eppure, accanto a questa maggiore familiarità, emerge un segnale più problematico: la percezione dell’urgenza si affievolisce. Non perché il cambiamento climatico sia considerato irrilevante, ma perché altre preoccupazioni occupano il centro della scena. Il presente, con le sue ansie molto concrete, sta divorando spazio al futuro.
Qui si vede una dinamica già intercettata nei mesi scorsi dal Global Risks Report 2025: disinformazione, conflitti armati, polarizzazione sociale ed eventi climatici estremi compongono un paesaggio in cui i rischi si sovrappongono e competono per attenzione pubblica, risorse politiche e capacità emotiva delle persone.
Il senso di urgenza sulla transizione ecologica cala anche a livello internazionale
Il calo dell’urgenza non va confuso con il negazionismo. È qualcosa di più sottile: una forma di affaticamento collettivo. Il rapporto globale Ipsos People and Climate Change 2026 lo riassume bene: gli ultimi anni sono stati tra i più caldi dell’era moderna, ma nello stesso periodo è diminuita la percezione della responsabilità individuale nell’agire contro il cambiamento climatico.
A livello internazionale, il 61% del campione afferma che, se le persone non agiscono ora contro il cambiamento climatico, si rischia di tradire le generazioni future. Ma tra i 26 Paesi presenti sia nell’edizione 2021 sia in quella 2026 del report, tutti registrano un calo di consenso su questa affermazione. È il cuore del problema: la consapevolezza resta, ma la spinta individuale si indebolisce.
Ipsos parla di “collective exhaustion”, una stanchezza collettiva che non cancella la preoccupazione climatica, ma la rende più fragile davanti a paure immediate: inflazione, energia, lavoro, sicurezza, instabilità geopolitica. La transizione ecologica non viene rifiutata. Viene subordinata a una domanda: quanto mi costa, chi mi accompagna, che cosa cambia davvero nella mia vita?
Per la popolazione italiana deve guidare il settore pubblico
Un dato particolarmente significativo riguarda il ruolo delle istituzioni. Secondo la ricerca ASviS-Ipsos Doxa, il 57% ritiene che debba essere il settore pubblico a guidare l’impegno per la sostenibilità, davanti alle imprese e alla cittadinanza.
È un passaggio importante. Dopo anni in cui la comunicazione climatica ha insistito molto sui comportamenti individuali — consuma meno, spostati meglio, compra responsabilmente, differenzia, risparmia energia — una parte dell’opinione pubblica sembra dire: va bene, ma ora servono politiche, infrastrutture, investimenti e regole.
Salute e benessere diventano la porta d’ingresso della sostenibilità
Tra i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, la popolazione italiana indica come prioritaria la salute e il benessere, seguiti dalla lotta al cambiamento climatico e dalla sconfitta della fame. Per le generazioni più giovani crescono invece l’attenzione verso pace, giustizia, lavoro dignitoso e crescita economica.
Questo dato dice molto. La sostenibilità convince di più quando esce dalla sua dimensione tecnica e torna a parlare di vita quotidiana. Aria pulita, città meno calde, prevenzione sanitaria, sicurezza alimentare, lavoro stabile, comunità più resilienti: è qui che l’Agenda 2030 diventa comprensibile.
È una richiesta di concretezza. La salute, in fondo, è il punto in cui crisi climatica, disuguaglianze sociali, qualità urbana, lavoro e accesso ai servizi smettono di essere capitoli separati e diventano esperienza comune.
Comunicazione della sostenibilità: puntare sulle evidenze
La ricerca ASviS-Ipsos suggerisce un cambio di passo: comunicare di più i risultati raggiunti e gli impatti concreti nel presente, non solo gli obiettivi finali. È un’indicazione preziosa, perché intercetta uno dei limiti più frequenti del racconto sostenibile cioè parlare del 2030 come se fosse un orizzonte motivante per tutti, quando per molte persone il problema è arrivare serenamente alla fine del mese.
Non significa abbandonare la visione di lungo periodo, ma costruire un ponte che la renda percorribile. Le persone non hanno bisogno solo di sapere che la transizione è giusta: devono vedere che è praticabile, che distribuisce benefici, che non scarica i costi sempre sugli stessi e che migliora qualcosa nella vita reale.
È la stessa riflessione che riguarda da vicino la comunicazione ESG: per evitare che la sostenibilità diventi il capro espiatorio delle paure sociali, il racconto aziendale deve riconnettersi alle comunità, al lavoro, ai territori e ai bisogni materiali delle persone.
La prova del quotidiano
L’indagine Ipsos per ASviS non racconta un’Italia disinteressata alla sostenibilità. Racconta un Paese più consapevole, ma anche più stanco, più esigente e meno disposto ad accettare narrazioni generiche.
La transizione ecologica resta desiderabile, ma deve diventare più leggibile. Deve parlare di salute, sicurezza, costi, lavoro, territori. Deve essere guidata da istituzioni credibili, sostenuta da imprese coerenti e raccontata con parole meno automatiche.
La sfida, oggi, è dimostrare che la sostenibilità può migliorare la vita reale senza chiedere un atto di fede permanente.