Democrazia globale, la recessione si ferma

Democrazia l'Ultimo Democracy Index 2025

Secondo il Democracy Index 2025 dell’Economist Intelligence Unit, dopo otto anni di calo il quadro mondiale mostra segnali di stabilizzazione. La stabilità, però, resta fragile. Per imprese e istituzioni, però, il dato politico è anche un indicatore concreto di rischio, fiducia e qualità della governance.

Dopo otto anni di arretramento, la democrazia globale sembra aver smesso di perdere terreno. È il dato principale che emerge dal Democracy Index 2025 dell’Economist Intelligence Unit, che analizza lo stato della democrazia in 167 Paesi e territori sulla base di cinque dimensioni: processo elettorale e pluralismo, funzionamento del governo, partecipazione politica, cultura politica e libertà civili.

Il segnale è rilevante: quasi il 75% dei Paesi ha migliorato o mantenuto stabile il proprio punteggio rispetto all’anno precedente. La media globale è passata da 5,17 a 5,19 su 10, un aumento contenuto, ma sufficiente per indicare una possibile pausa nella cosiddetta “recessione democratica”.

Pausa, appunto. Non ripresa. Il report invita alla cautela: la stabilizzazione del dato complessivo nasconde forti differenze regionali, istituzioni sotto pressione e un deterioramento evidente in alcuni Paesi chiave, a partire dagli Stati Uniti.

Che cosa dice il Democracy Index 2025

Il Democracy Index classifica i Paesi in quattro categorie: democrazie complete, democrazie imperfette, regimi ibridi e regimi autoritari. Nel 2025 le democrazie complete sono 26, pari al 15,6% dei Paesi analizzati, ma rappresentano solo il 6,6% della popolazione mondiale. I regimi autoritari sono invece 61 e riguardano il 39,2% della popolazione considerata dall’indice.

Il dato più interessante riguarda le fasce intermedie. Secondo EIU, le democrazie complete restano molto stabili, così come i regimi autoritari. Il movimento più significativo avviene tra le democrazie imperfette e i regimi ibridi, dove alcuni Paesi mostrano segnali di avanzamento democratico.

È qui che si gioca la partita più delicata, nei Paesi in cui istituzioni, partecipazione civica e libertà civili sono ancora in equilibrio instabile.

Partecipazione politica in crescita: perché non basta

Uno degli elementi centrali del rapporto è l’aumento della partecipazione politica, soprattutto in America Latina, Asia e Africa subsahariana. Dopo quasi un decennio di calo, l’America Latina e i Caraibi registrano un’inversione di tendenza. In Asia e Africa, invece, crescono le mobilitazioni guidate dalle giovani generazioni, spesso alimentate da richieste di maggiore trasparenza, lotta alla corruzione e responsabilità dei governi.

Ma la partecipazione, da sola, non costruisce democrazie più solide. Può essere un segnale di vitalità civica, ma anche il sintomo di una frattura. Quando cresce in contesti dove le istituzioni restano deboli e le libertà civili sono limitate, rischia di trasformarsi in frustrazione, conflitto sociale e instabilità politica.

In altre parole, senza istituzioni capaci di ascoltare, decidere e rendere conto, la domanda di cambiamento può restare sospesa. E una domanda sospesa, prima o poi, diventa pressione.

Stati Uniti in controtendenza

L’eccezione più evidente del 2025 sono gli Stati Uniti, che scendono dal 28° al 34° posto nella classifica EIU e restano nella categoria delle democrazie imperfette, dove si trovano dal 2016. Il punteggio americano cala da 7,85 a 7,65, soprattutto per il peggioramento del funzionamento del governo e delle libertà civili.

Il dato ha un peso che va oltre i confini nazionali. Gli Stati Uniti sono ancora un centro politico, economico e finanziario globale: il deterioramento della loro qualità democratica non riguarda solo il dibattito interno, ma può influenzare commercio, regolazione, relazioni internazionali e aspettative dei mercati.

Il report lo dice in modo netto: togliendo gli Stati Uniti dal quadro globale, la stabilizzazione democratica appare più solida. Includendoli, l’incertezza aumenta.

Democrazia e rischio operativo: perché interessa anche alle imprese

Uno degli aspetti più rilevanti del Democracy Index 2025 è il collegamento tra qualità democratica e rischio operativo. Secondo il report, i Paesi con istituzioni più solide tendono ad avere ambienti regolatori più prevedibili, maggiore tutela dello stato di diritto, migliore protezione della proprietà e minore esposizione a decisioni arbitrarie.

Questo punto è cruciale anche per chi si occupa di sostenibilità, governance e comunicazione responsabile. La democrazia non è solo una cornice politica: è un’infrastruttura invisibile che rende più credibili le regole, più affidabili i processi decisionali e più stabile il rapporto tra istituzioni, imprese e cittadini.

Dove la qualità democratica si indebolisce, aumentano i rischi di cambi normativi improvvisi, polarizzazione, instabilità sociale e perdita di fiducia. Tutti fattori che incidono direttamente sulla capacità delle aziende di pianificare investimenti, gestire catene di fornitura, dialogare con gli stakeholder e rendicontare i propri impatti in modo credibile.

La governance democratica, quindi, non è un tema “altro” rispetto alla sostenibilità. È una delle condizioni che permettono alla sostenibilità di non restare un esercizio di compliance o comunicazione, ma di diventare pratica collettiva, verificabile e orientata al lungo periodo.

Un mondo più stabile, ma non ancora unito

Il quadro regionale conferma questa ambivalenza. L’Europa occidentale resta l’area con le performance democratiche migliori, anche se non è immune da polarizzazione e frammentazione politica. L’America Latina mostra segnali di miglioramento dopo anni difficili. L’Asia continua invece una traiettoria negativa, in particolare nell’Asia meridionale. L’Africa subsahariana appare stabile, ma su livelli bassi, mentre Medio Oriente e Nord Africa registrano miglioramenti limitati, più legati alla stabilizzazione post-crisi che a processi strutturali di democratizzazione.

È evidente come non esista un’unica traiettoria globale. La democrazia non arretra più ovunque allo stesso modo, ma non avanza nemmeno in modo uniforme. Si muove a macchie, con progressi parziali e regressioni localizzate.

Per governi, imprese e società civile, questo rende più complesso leggere il rischio. Non basta più distinguere tra Paesi democratici e non democratici. Serve capire la qualità concreta delle istituzioni, la tenuta delle libertà civili, la capacità dei governi di funzionare e la fiducia residua tra cittadini e potere pubblico.

La stabilità è ancora lontana

Il Democracy Index 2025 offre una buona notizia, ma non una rassicurazione. La recessione democratica sembra essersi fermata, ma il terreno resta accidentato. La partecipazione cresce, ma spesso dove le istituzioni faticano a rispondere. Alcune aree migliorano, altre arretrano. Le democrazie più solide tengono, ma non sono immuni da sfiducia, polarizzazione e logoramento interno.

Per chi si occupa di sostenibilità, il punto è anche un altro: senza democrazie funzionanti, la transizione ecologica e sociale perde uno dei suoi presupposti fondamentali. Servono regole credibili, istituzioni capaci di mediare, spazi civici aperti, informazione affidabile e possibilità reale di partecipazione.

La democrazia, in fondo, è anche questo: il sistema operativo della fiducia. Quando funziona, non elimina i conflitti, ma offre strumenti per attraversarli. Quando si indebolisce, ogni crisi — climatica, sociale, economica o geopolitica — diventa più difficile da governare e più facile da manipolare.

Micol Burighel

 

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