Una riflessione sullo stato del dibattito pubblico intorno alla transizione ecologica tra grandi assenti, fatiche comunicative e un (mancante) senso di urgenza che colpisce le nuove generazioni
La notizia è di qualche giorno fa e, come spesso accade, è scivolata via in breve tempo e senza fare rumore. In Germania, la Corte costituzionale federale ha bocciato la legge sul cambiamento climatico del governo Merkel, giudicandola parzialmente incostituzionale e insufficiente per la riduzione delle emissioni climalteranti. Secondo i giudici di Karlsruhe, il problema è l’assenza di informazioni sostanziali sulla riduzione di emissioni di gas serra entro il 2030: questo scaricherebbe «in modo irreversibile i maggiori oneri di riduzione delle emissioni su periodi successivi al 2030». E di conseguenza sulle generazioni che saranno adulte in quegli anni, impattandone la vita.
Davvero la cosa non merita qualche riflessione? Al contrario. La sentenza mette in luce la mancanza di una narrazione sul cambiamento climatico focalizzata sull’hic et nunc e l’inesistenza di una comunicazione ambientale che sappia, da una parte, motivare ai cittadini il perché oggi e non domani dovrebbero cambiare i loro comportamenti e, dall’altra, accompagnare la transizione ecologica nel suo percorso di progressività sociale.
Proviamo a entrare nel merito
Innanzitutto la forza dirompente di questa sentenza sta nell’affermare che il clima è uno dei diritti fondamentali dell’individuo. Danneggiarlo, contribuendo alla crisi climatica (iniziamo dai termini e non parliamo di generico e tranquillizzante “cambiamento”) e di conseguenza peggiorando le condizioni di vita delle generazioni presenti e future, è un crimine contro la persona e perciò, riconducendo il personale all’universale, contro l’umanità.
Non è tutto: la sentenza di Karlsruhe fa riflettere perché non va a colpire un immobilismo o uno status quo, ma si oppone a un obiettivo di miglioramento, che di solito viene presentato come sfidante, dichiarandolo “insufficiente” e, di conseguenza, alzando ulteriormente l’asticella. E facendo questo riporta al centro del dibattito il tema dell’attualità, dell’urgenza, dell’orologio del mondo sempre più vicino alla mezzanotte. Non possiamo più declinare le nostre azioni al futuro, dobbiamo agire ora: questo è il messaggio profondo del verdetto.
La narrazione sulla crisi climatica: molto futuro, poco presente
Così, la sentenza ci rivela che, oltre a essere miopi e a non vedere bene lontano, siamo anche affetti da presbiopia: non vediamo in maniera nitida nemmeno il presente! Nell’attuale dibattito pubblico – in cui c’è altissima attenzione sui temi della sostenibilità, della transizione ecologica, ecc. – c’è la tendenza a focalizzarsi sempre su obiettivi futuri (che, come abbiamo visto, non sempre sono così ambiziosi come ci viene raccontato) sorvolando sul come metterli a terra e trasformarli in azioni concrete.
Il grande assente è – cito Mario Calderini, direttore di Tiresia – il potere trasformativo delle azioni che va inserito nei piani di ripensamento economico: raggiungeremo gli obiettivi futuri solo se la società e l’economia dimostreranno di avere capacità trasformativa. Questo perché le azioni davvero sostenibili non si adattano alla situazione presente ma la trasformano: sono radicali. E nella loro radicalità possono creare disuguaglianze, ritardi, vuoti. Per questo non va dimenticata la parallela e fondamentale progressività sociale. Ma non se ne esce se non affrontando di petto e da subito entrambe le dimensioni!
Di una comunicazione ambientale radicale (ma poco chic)
Chi fa comunicazione ambientale è di fronte a una grande sfida, a una grande fatica comunicativa (approfondiamo con diversi amici questo concetto nel Libro Bianco sulla Comunicazione Ambientale), perché deve sapere spiegare ai cittadini come urgenza ambientale e impatti sociali siano due facce della stessa medaglia e come le (grandi) opportunità trasformative di una nuova economia passino da scelte coraggiose. Tanto per il decisore politico quanto per i cittadini stessi.
La comunicazione sarà ancora una volta cruciale per supportare questo processo di transizione e trasformazione. È inutile fare appelli vuoti sui cambiamenti climatici e sulla necessità di nuove politiche pubbliche senza agire su consapevolezza, responsabilità e – perché no? – immaginazione. Una sentenza, nella sua natura di costrizione e vincolo, deve essere l’ultimo passaggio. Prima, molto prima, bisogna lavorare con poderose e ingegnose campagne di sensibilizzazione e prepararsi all’arte dell’argomentazione: perché emozioni, timori legittimi e pregiudizi fanno parte di questa sfida!
Sergio Vazzoler
Leggi altri approfondimenti dei partner Amapola: clicca qui.
Perché ci serve una comunicazione ambientale trasformativa
Una riflessione sullo stato del dibattito pubblico intorno alla transizione ecologica tra grandi assenti, fatiche comunicative e un (mancante) senso di urgenza che colpisce le nuove generazioni
La notizia è di qualche giorno fa e, come spesso accade, è scivolata via in breve tempo e senza fare rumore. In Germania, la Corte costituzionale federale ha bocciato la legge sul cambiamento climatico del governo Merkel, giudicandola parzialmente incostituzionale e insufficiente per la riduzione delle emissioni climalteranti. Secondo i giudici di Karlsruhe, il problema è l’assenza di informazioni sostanziali sulla riduzione di emissioni di gas serra entro il 2030: questo scaricherebbe «in modo irreversibile i maggiori oneri di riduzione delle emissioni su periodi successivi al 2030». E di conseguenza sulle generazioni che saranno adulte in quegli anni, impattandone la vita.
Davvero la cosa non merita qualche riflessione? Al contrario. La sentenza mette in luce la mancanza di una narrazione sul cambiamento climatico focalizzata sull’hic et nunc e l’inesistenza di una comunicazione ambientale che sappia, da una parte, motivare ai cittadini il perché oggi e non domani dovrebbero cambiare i loro comportamenti e, dall’altra, accompagnare la transizione ecologica nel suo percorso di progressività sociale.
Proviamo a entrare nel merito
Innanzitutto la forza dirompente di questa sentenza sta nell’affermare che il clima è uno dei diritti fondamentali dell’individuo. Danneggiarlo, contribuendo alla crisi climatica (iniziamo dai termini e non parliamo di generico e tranquillizzante “cambiamento”) e di conseguenza peggiorando le condizioni di vita delle generazioni presenti e future, è un crimine contro la persona e perciò, riconducendo il personale all’universale, contro l’umanità.
Non è tutto: la sentenza di Karlsruhe fa riflettere perché non va a colpire un immobilismo o uno status quo, ma si oppone a un obiettivo di miglioramento, che di solito viene presentato come sfidante, dichiarandolo “insufficiente” e, di conseguenza, alzando ulteriormente l’asticella. E facendo questo riporta al centro del dibattito il tema dell’attualità, dell’urgenza, dell’orologio del mondo sempre più vicino alla mezzanotte. Non possiamo più declinare le nostre azioni al futuro, dobbiamo agire ora: questo è il messaggio profondo del verdetto.
La narrazione sulla crisi climatica: molto futuro, poco presente
Così, la sentenza ci rivela che, oltre a essere miopi e a non vedere bene lontano, siamo anche affetti da presbiopia: non vediamo in maniera nitida nemmeno il presente! Nell’attuale dibattito pubblico – in cui c’è altissima attenzione sui temi della sostenibilità, della transizione ecologica, ecc. – c’è la tendenza a focalizzarsi sempre su obiettivi futuri (che, come abbiamo visto, non sempre sono così ambiziosi come ci viene raccontato) sorvolando sul come metterli a terra e trasformarli in azioni concrete.
Il grande assente è – cito Mario Calderini, direttore di Tiresia – il potere trasformativo delle azioni che va inserito nei piani di ripensamento economico: raggiungeremo gli obiettivi futuri solo se la società e l’economia dimostreranno di avere capacità trasformativa. Questo perché le azioni davvero sostenibili non si adattano alla situazione presente ma la trasformano: sono radicali. E nella loro radicalità possono creare disuguaglianze, ritardi, vuoti. Per questo non va dimenticata la parallela e fondamentale progressività sociale. Ma non se ne esce se non affrontando di petto e da subito entrambe le dimensioni!
Di una comunicazione ambientale radicale (ma poco chic)
Chi fa comunicazione ambientale è di fronte a una grande sfida, a una grande fatica comunicativa (approfondiamo con diversi amici questo concetto nel Libro Bianco sulla Comunicazione Ambientale), perché deve sapere spiegare ai cittadini come urgenza ambientale e impatti sociali siano due facce della stessa medaglia e come le (grandi) opportunità trasformative di una nuova economia passino da scelte coraggiose. Tanto per il decisore politico quanto per i cittadini stessi.
La comunicazione sarà ancora una volta cruciale per supportare questo processo di transizione e trasformazione. È inutile fare appelli vuoti sui cambiamenti climatici e sulla necessità di nuove politiche pubbliche senza agire su consapevolezza, responsabilità e – perché no? – immaginazione. Una sentenza, nella sua natura di costrizione e vincolo, deve essere l’ultimo passaggio. Prima, molto prima, bisogna lavorare con poderose e ingegnose campagne di sensibilizzazione e prepararsi all’arte dell’argomentazione: perché emozioni, timori legittimi e pregiudizi fanno parte di questa sfida!
Sergio Vazzoler
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