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Chi ha paura della CSR?
Lo spiazzamento dell’imprenditore Cosa trattiene un imprenditore da investire decisamente di più in politiche di CSR? Inizialmente è stata una certa ritrosia: l’investimento in responsabilità era considerato come assai poco remunerativo, se non sul lungo periodo. Ora sappiamo che i ritorni ci sono eccome e che responsabilità e sostenibilità creano un’economia a lungo andare più stabile, che gode di maggior fiducia da parte degli investitori. Cosa frena dunque le aziende? Spiazzamento si diceva. Le modifiche da apportare al sistema ed alla catena di produzione per convertire in chiave green una linea produttiva, sono un freno. Così come lo è la concorrenza interna. Piazzare sul mercato un prodotto contraddistinto da elementi di sostenibilità, rischia di mettere in cattiva luce i prodotti “non green” della stessa azienda, creando sbilanciamenti e perdite economiche sul breve e medio periodo. Una riconversione integrale dell’azienda verso un’economia sostenibilità, è qualcosa che ancora pochissimi gruppi industriali possono permettersi. Lo spiazzamento del politico Un altro elemento di interesse che merge dal rapporto di Life Gate ed Eumetra Monterosa riguarda la falla che i consumatori avvertono nella catena di trasmissione della loro sensibilità in termini di sostenibilità e responsabilità verso la “catena di comando” della politica. Nell’analisi del discorso pubblico dei decisori e dei rappresentanti politici principali, la ricorrenza – ad esempio – del termine green economy, è molto scarsa. Ritorna solo nel 7{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} dei discorsi economici del Presidente del Consiglio e ancora meno in quelli dei segretari dei principali partiti politici. Vi una lacuna nella rappresentanza di queste istanze. La politica non parla abbastanza di ambiente e sostenibilità. Perché? Anche in questo caso vi sono spiegazioni di spiazzamento. L’esempio fornito dagli estensori della ricerca riguarda un caso di scuola della politica americana. Applicare la carbon tax (è di questi giorni un deciso ritorno al carbone dell’amministrazione Trump) avrebbe come effetto di lungo periodo una riduzione delle emissioni, maggiori investimenti verso fonti energetiche meno inquinanti, ricerca e sviluppo nel settore delle rinnovabili. Esiti auspicabili, insomma. Ma sul breve periodo? Una perdita di consenso politico per cominciare, perché i gruppi organizzati legati al carbone (è solo un esempio) dirotterebbero il loro sostegno verso rappresentanti disposti a sostenere incentivi alla loro industria, più che la loro tassazione. Per proseguire anche minori introiti economici derivanti dalla tassazione. Ecco dunque che un investimento che, sul lungo periodo, porterebbe effetti positivi sull’intera comunità, sull’ambiente e sulla reputazione dell’azienda/amministrazione che se ne fa carico, nell’immediato è percepito solo per il suo portato di effetti negativi. Perché dunque un amministratore dovrebbe scegliere di investire in sostenibilità economica, in responsabilità se questa inizialmente rischia di tradursi in perdita di guadagni e di consenso politico? Perché in una visione di lungo termine l’investimento in CSR è più redditizio di un investimento tradizionale. Perché rafforza la reputazione dell’azienda, la sua percezione presso gli stakeholder (fidelizzandoli), perché riduce le spese in termini di bonifiche ambientali (cui l’azienda andrebbe comunque in corso), perché questa sua “solidità e solvibilità” ambientale la rende più appetibile anche per gli investimenti. Dal punto di vista del politico un dato che emerge chiaramente è che la percentuale di consumatori (ed elettori) disposti a spendere di più per avere un prodotto più sostenibile è in realtà molto più ampia di coloro che già se ne approvvigionano. Vi è un mercato (ed elettorato) potenzialmente molto più vasto di quello che si immagina. Cosa significa dunque? Che una forza politica in grado di farsi interprete di queste istanze avrebbe “praterie” davanti che lamentano al momento una scarsa attenzione e poco ascolto. La CSR conviene. Conviene farsene fautori ed interpreti. Ma sono necessarie due qualità indispensabili per ogni amministratore pubblico e capitano d’azienda: pazienza e lungimiranza. Perché la responsabilità d’impresa non va vista come una spesa, ma come un investimento che oggi è sicuro, domani sarà necessario. Ed è sempre il tempismo a fare la differenza fra un affare ed un “buon affare”.]]>
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