Acqua, perché il water risk sta diventando un tema aziendale

Acqua, water risk e aziende

Siccità, eventi estremi e competizione tra usi stanno trasformando la disponibilità di acqua in un fattore strategico. Per le imprese, conoscere dipendenze e vulnerabilità idriche diventa parte della gestione del rischio.

Per anni, quando si parlava di sostenibilità ambientale nelle imprese, il primo indicatore era quasi inevitabilmente quello delle emissioni di CO₂. Oggi un’altra risorsa sta guadagnando rapidamente spazio nelle strategie aziendali: l’acqua. E con lei il concetto di water risk.

La decarbonizzazione resta ovviamente centrale, ma siccità, alluvioni, crescita dei consumi e competizione tra usi agricoli, industriali e civili stanno rendendo il water risk, cioè il rischio legato alla disponibilità, qualità e gestione dell’acqua, una variabile sempre più rilevante anche per il business.

Un passaggio emerso con chiarezza anche dalla World Water Week 2026, organizzata a Stoccolma dal Stockholm International Water Institute (SIWI). Il tema dell’acqua viene ormai collegato direttamente a resilienza climatica, sicurezza alimentare, energia, sviluppo economico e capacità dei territori di adattarsi al cambiamento climatico.

Il rischio idrico non riguarda soltanto chi consuma molta acqua

Il primo equivoco da superare è considerare il water risk un problema esclusivo dei settori tradizionalmente idrovori.

Agricoltura, alimentare, tessile, chimica, semiconduttori e industria estrattiva hanno certamente una forte dipendenza dalla risorsa. La vulnerabilità idrica, però, può sempre di più riguardare molte altre attività attraverso le catene di fornitura, i territori nei quali operano gli stabilimenti o le infrastrutture energetiche da cui dipendono. Pensiamo per esempio al fatto che, secondo stime recenti, il 20% del PIL italiano dipenderebbe dalla risorsa idrica, senza la quale non potrebbe essere generato.

Anche la crescente digitalizzazione ne è dimostrazione. I data center richiedono acqua per alcuni sistemi di raffreddamento e, soprattutto, grandi quantità di energia, la cui produzione può a sua volta avere una propria impronta idrica. Digitale, energia e acqua diventano così parti dello stesso sistema.

È una delle ragioni per cui SIWI sottolinea che il futuro della gestione dell’acqua non sarà deciso dal solo “settore idrico”: le imprese stanno iniziando a riconoscerla come questione strategica, ma trasformare questa consapevolezza in azioni richiede una governance capace di coinvolgere aziende, istituzioni e territori.

Dal consumo d’acqua alla vulnerabilità

Per le aziende cambia quindi anche la domanda da porsi. Sapere quanti metri cubi d’acqua vengono utilizzati è importante, necesssario ma non sufficiente. Lo stesso consumo può avere conseguenze molto diverse in un territorio ricco di risorse idriche e in un bacino sottoposto a stress. Allo stesso modo, un’impresa con consumi diretti relativamente bassi può essere fortemente esposta se dipende da materie prime agricole provenienti da aree soggette a siccità.

La valutazione deve quindi considerare dove, come e per quali attività viene utilizzata l’acqua, insieme alle vulnerabilità della catena di fornitura e dei territori. È il passaggio dalla semplice misurazione del consumo alla valutazione del rischio su tutta la filiera.

Acqua e cambiamento climatico sono sempre più legati

A rendere più urgente questa analisi è il cambiamento climatico. L’aumento delle temperature modifica precipitazioni, disponibilità idrica e frequenza degli eventi estremi, ma gli effetti non sono distribuiti uniformemente.

Per un’impresa il rischio può assumere forme diverse: limitazioni alla disponibilità di acqua, aumento dei costi, interruzioni produttive, difficoltà dei fornitori, conflitti con altri utilizzatori della risorsa o danni provocati da alluvioni.

C’è inoltre una dimensione reputazionale e sociale. L’utilizzo di acqua da parte di un’attività produttiva non avviene nel vuoto, ma all’interno di territori nei quali la stessa risorsa serve cittadini, agricoltura, ecosistemi e altre imprese.

Per questo si parla sempre più spesso di water stewardship: non soltanto ridurre i propri consumi, ma gestire responsabilmente l’acqua tenendo conto del bacino idrico e degli altri soggetti che ne dipendono.

Misurare è il punto di partenza, non quello di arrivo

Per le imprese, affrontare il water risk significa innanzitutto conoscere la propria esposizione. Dove si trovano gli stabilimenti più vulnerabili? Quali fornitori dipendono maggiormente dalla disponibilità di acqua? Quali processi produttivi potrebbero essere modificati? Quali territori potrebbero trovarsi in condizioni di stress crescente?

Da queste domande possono derivare una mappatura dei rischi, indicatori e obiettivi di riduzione, interventi di efficienza, riuso dell’acqua, modifiche ai processi produttivi e azioni condivise con fornitori e stakeholder locali.

È una dinamica che ricorda quanto accaduto con il carbonio. Prima è arrivata la misurazione, poi gli obiettivi, quindi l’integrazione progressiva nelle strategie aziendali.

Con l’acqua il percorso potrebbe essere simile, con una differenza fondamentale: mentre una tonnellata di CO₂ produce un impatto globale indipendentemente da dove viene emessa, l’acqua è profondamente legata al luogo in cui viene prelevata e utilizzata.

Ed è proprio questa dimensione territoriale a rendere il water risk un tema non soltanto ambientale, ma anche industriale e sociale. Per le aziende, comprenderlo prima che si trasformi in un’emergenza può diventare una componente importante della propria capacità di resilienza.

Micol Burighel

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