I diritti conquistati non sono per sempre: nuove generazioni e parità

Parità di genere e Gen Z

I dati globali raccontano progressi verso la parità, ma lenti e sempre più fragili. Intanto, una parte dei giovani uomini guarda all’uguaglianza con crescente diffidenza. Due fenomeni diversi che aprono la stessa domanda: siamo sicuri di aver saputo rendere davvero solide, e trasmettere alle nuove generazioni, le conquiste raggiunte?

C’è un dato che stona con l’idea, piuttosto rassicurante, che ogni nuova generazione sia destinata a essere più aperta e progressista della precedente.

Secondo una ricerca internazionale condotta dal Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London insieme a Ipsos in 29 Paesi, il 31% degli uomini della Gen Z ritiene che una moglie debba sempre obbedire al marito. Un uomo Gen Z su tre pensa inoltre che, nelle decisioni importanti, l’ultima parola debba spettare al marito. Tra i Baby Boomer le percentuali sono rispettivamente del 13% e del 17%.

Sarebbe facile fermarsi qui e concludere che “i giovani stanno tornando indietro”. Una lettura troppo semplice.

La stessa generazione mostra infatti una frattura molto marcata tra uomini e donne. Le giovani donne tendono a riconoscersi molto più dei loro coetanei nelle istanze femministe e nella richiesta di maggiore uguaglianza. Tra una parte dei giovani uomini, invece, cresce la percezione che le politiche per la parità siano arrivate troppo lontano o finiscano per penalizzarli.

Non stiamo parlando quindi di una generazione che arretra in blocco, ma piuttosto di una generazione che si divide sul significato stesso della parità.

E succede proprio mentre i numeri ci ricordano quanto quella parità sia ancora lontana.

L’equità di genere a livello globale

A settembre sono usciti, a un giorno di distanza l’uno dall’altro, due rapporti che guardano alla parità di genere da prospettive diverse. Letti insieme restituiscono un quadro piuttosto difficile da liquidare con un semplice “stiamo migliorando”.

Il Global Gender Gap Report 2026 del World Economic Forum registra il risultato migliore da quando l’indice esiste: a livello globale il 69,2% del divario di genere è stato colmato. Nei 97 Paesi monitorati ininterrottamente dal 2006 il miglioramento è stato di 5,2 punti percentuali in vent’anni. Al ritmo seguito finora, però, per raggiungere la piena parità ne servirebbero ancora 120. E non tutti gli indicatori stanno avanzando: nel 2026 l’empowerment politico ha perso terreno rispetto all’anno precedente.

In Italia il quadro è ancora meno confortante: 83° posto su 145 Paesi, ultimo tra i Paesi europei presenti nell’indice. Nella partecipazione economica e nelle opportunità professionali scendiamo al 121° posto mondiale.

Poi c’è il Gender Snapshot 2026, realizzato da UN Women e UN DESA. E qui l’orizzonte si allontana ulteriormente: al ritmo attuale, la piena uguaglianza di genere richiederebbe 171 anni. Nessuno degli indicatori dell’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 è sulla traiettoria necessaria per essere raggiunto entro il 2030.

Centoventi o centosettantuno anni, dunque? I due numeri non si contraddicono, perché i rapporti non misurano esattamente la stessa cosa. Il World Economic Forum segue nel tempo il divario tra uomini e donne in quattro ambiti – partecipazione economica, istruzione, salute e partecipazione politica – e proietta la velocità con cui quel gap si sta chiudendo. Il Gender Snapshot guarda alla parità attraverso l’Agenda 2030, con un perimetro molto più ampio che comprende diritti, violenza, accesso alle risorse, partecipazione, potere e capacità delle istituzioni di rendere effettivi gli impegni presi.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che arriva forse il segnale più preoccupante. In una rilevazione condotta nel 2026, il 32% dei meccanismi nazionali per la parità ha segnalato una perdita di potere istituzionale negli ultimi due anni. In alcuni casi si riducono i fondi, in altri la capacità di incidere sulle politiche o di verificarne l’attuazione. UN Women parla apertamente di conquiste politiche e legislative sempre più contestate e, in alcuni casi, smantellate.

Il punto, allora, non è soltanto che il traguardo è lontano. È che la strada non procede necessariamente in una sola direzione.

Da una parte, vent’anni di politiche, cambiamenti organizzativi, maggiore accesso all’istruzione e al lavoro hanno prodotto risultati reali. Dall’altra, alcune delle strutture create per consolidarli mostrano segni di indebolimento. E idee che sembravano destinate a perdere terreno continuano a riemergere, anche tra chi è nato molto dopo le battaglie che le avevano messe in discussione.

È qui che il tema generazionale e quello istituzionale finiscono per incontrarsi. Il livello su cui c’è ancora molto da fare è anche, e forse soprattutto, culturale.

Ipse dixit

Nelle settimane scorse è bastata una frase di Antonio Tajani per renderlo evidente. Parlando della donna che consiglierebbe a un figlio di sposare, il ministro degli Esteri ha indicato una donna “seria”, “affidabile”, “buona madre di famiglia”, magari con una gonna più lunga e meno appariscente. Dopo le polemiche si è scusato, spiegando che le sue parole erano state estrapolate da un ragionamento più ampio.

Al di là del caso politico, l’episodio dovrebbe sollecitarci alcune domande: perché un modello così antico di rispettabilità femminile è ancora immediatamente comprensibile? Perché sappiamo tutti che cosa significa una donna “seria”, quando la serietà viene associata al modo di vestire, alla disponibilità verso la famiglia, alla capacità di esserci quando viene chiamata?

Forse abbiamo sopravvalutato la forza del tempo.

Abbiamo pensato che stereotipi e modelli culturali invecchiassero insieme alle generazioni che li avevano prodotti. Che bastasse aspettare perché alcune idee diventassero definitivamente residuali.

Non funziona così. Le conquiste legislative possono essere consolidate. Le aziende possono introdurre politiche per la parità, certificazioni, congedi, strumenti contro le discriminazioni. Le donne possono studiare di più, entrare in professioni prima quasi esclusivamente maschili, raggiungere posizioni di responsabilità.

Tutto questo, però, evidentemente non impedisce automaticamente che un ragazzo di vent’anni possa vedere quelle conquiste come qualcosa che gli è stato sottratto. Soprattutto se il contesto intorno a lui lo rimanda – costantemente – a schemi culturali fondati su stereotipi e disuguaglianza.

Non possiamo quindi esimerci dal farci qualche domanda meno comoda.

Come abbiamo raccontato la parità ai ragazzi?

Il tema cruciale dell’alleanza

Se per una parte dei giovani uomini l’emancipazione femminile viene percepita come perdita di status, quali modelli alternativi di maschilità abbiamo saputo proporre? Quanto incidono social network, manosphere e influencer che trasformano insicurezze personali ed economiche in una narrazione molto semplice: se stai perdendo terreno, qualcuno deve avertelo tolto?

E soprattutto: possiamo continuare a costruire le politiche per la parità parlando quasi esclusivamente alle donne?

Coinvolgere gli uomini non significa rallentare il cambiamento né ridimensionarne gli obiettivi. Significa evitare che metà della popolazione lo osservi da fuori, o peggio che impari a considerarlo una minaccia.

Un pezzo della risposta, probabilmente, sta nell’educazione. E non quando stereotipi e modelli sono già consolidati, ma molto prima.

Va in questa direzione, per esempio, il progetto “Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia”, promosso dalla Fondazione Giulia Cecchettin insieme all’Università di Firenze. Un percorso rivolto a insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria che lavora sulla decostruzione degli stereotipi, sul linguaggio, sulle relazioni e sulla gestione non violenta dei conflitti. Non una lezione occasionale sulla parità, quindi, ma il tentativo di intervenire negli anni in cui bambine e bambini cominciano a costruire l’idea di ciò che una donna o un uomo “dovrebbero” essere.

È un aspetto tutt’altro che secondario. Se aspettiamo che ragazze e ragazzi arrivino all’adolescenza per parlare di consenso, potere, ruoli e relazioni, una parte del lavoro culturale è già stata fatta. Dalla famiglia, dal gruppo dei pari, dai social, dagli influencer, dagli stereotipi che continuano a circolare anche nel linguaggio pubblico.

Educare alla parità non significa soltanto insegnare alle bambine che possono fare quello che fanno i bambini. Significa anche insegnare ai bambini che l’autonomia delle bambine non toglie qualcosa a loro.

Arrivare al punto

Il Global Gender Gap Report ci dice che in vent’anni abbiamo fatto progressi. Il Gender Snapshot ci ricorda però che la distanza resta enorme e, soprattutto, che alcune delle istituzioni chiamate a ridurla stanno perdendo forza.

I dati sulla Gen Z aggiungono un’altra avvertenza: anche sul piano culturale, il tempo da solo non fa avanzare i diritti.

Forse è questo il punto che lega insieme numeri apparentemente molto diversi. Né una legge, né un indicatore in miglioramento, né il semplice passaggio da una generazione all’altra rendono irreversibile una conquista.

Ogni generazione deve riuscire a capire perché quei diritti contano, che cosa hanno cambiato e perché riguardano anche chi pensa di non averne bisogno. Altrimenti ciò che una generazione ha faticosamente reso possibile può tornare, per quella successiva, a essere nuovamente discutibile.

I diritti conquistati non sono per sempre, non perché siano inevitabilmente destinati a essere perduti, ma perché vanno continuamente – e faticosamente – trasformati in cultura condivisa.

E quel lavoro comincia molto prima dell’ingresso in un’azienda, di una certificazione o di una legge: comincia dal modo in cui insegniamo a bambine e bambini a stare nel mondo insieme.

Emilia Blanchetti

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