Imprese orientate all’impatto: l’Europa guarda oltre la rendicontazione

Imprese a impatto e valutazione

Un nuovo studio della Commissione europea fotografa la crescita delle imprese orientate all’impatto sociale e ambientale e richiama l’attenzione sulla necessità di misurare il valore generato.

La sostenibilità sta diventando parte integrante dei modelli di business di un numero crescente di imprese europee. Accanto all’impegno per ridurre gli impatti negativi delle attività economiche, si sta affermando un approccio che integra intenzionalmente impatto e obiettivi sociali e ambientali nelle strategie aziendali e nei processi di creazione del valore. È il fenomeno analizzato nel recente studio Impact-driven businesses in the EU: State of play and future prospects, pubblicato dalla Direzione generale Mercato interno, industria, imprenditoria e PMI (DG GROW) della Commissione europea.

Come raccontato dal documento, i numeri raccontano un fenomeno in rapida espansione. Le B Corp certificate in Europa sono passate da appena 9 nel 2013 a circa 2.550 nell’aprile 2026. In Italia, le Società Benefit sono cresciute da 177 nel 2017 a 4.593 nel 2024, mentre in Francia, dal 2021, si registrano circa 500 nuove sociétés à mission ogni anno. Una tendenza confermata anche dalle persone coinvolte nella ricerca: il 64% dei 242 partecipanti all’indagine ritiene che i modelli d’impresa orientati all’impatto siano in crescita nel proprio Paese o settore.

Si tratta, peraltro, di numeri che restituiscono soltanto una parte del fenomeno, perché fanno riferimento alle imprese che possiedono specifiche certificazioni o qualifiche giuridiche. La platea complessiva potrebbe essere molto più ampia: in Francia, ad esempio, le stime individuano tra 10.000 e 15.000 imprese orientate all’impatto, a fronte di circa 2.400 società formalmente riconosciute come sociétés à mission.

Un fenomeno in evoluzione, ancora difficile da definire

La ricerca evidenzia però anche una criticità: manca una definizione operativa condivisa di impresa orientata all’impatto a livello europeo. Una frammentazione che rende difficile quantificare con precisione il fenomeno, confrontare le diverse esperienze e riconoscere il contributo di queste imprese.

A questo si aggiungono altre sfide, tra cui le difficoltà di accesso ai finanziamenti, le differenze tra i quadri normativi nazionali e la frammentazione dei sistemi di misurazione e rendicontazione dell’impatto.

Il rapporto apre così una riflessione che va oltre la dimensione della rendicontazione di sostenibilità: come comprendere e dimostrare il cambiamento effettivamente generato dalle attività di un’organizzazione?

Dall’intenzione al cambiamento generato

È proprio su questo passaggio che la valutazione d’impatto può offrire un contributo importante.

Un’organizzazione può assumere impegni sociali e ambientali, realizzare iniziative coerenti con i propri obiettivi e rendicontare i risultati raggiunti. Comprendere quali cambiamenti siano stati effettivamente generati richiede però un livello di analisi ulteriore.

La valutazione d’impatto permette di approfondire gli effetti delle attività, dei progetti e degli investimenti, distinguendo le risorse impiegate e i risultati immediati dai cambiamenti prodotti nel tempo.

Pensiamo, ad esempio, a un’impresa che investe in un programma di formazione rivolto a persone in condizioni di fragilità. Il numero di partecipanti e le ore di formazione erogate descrivono ciò che è stato realizzato. Per comprenderne l’impatto occorre invece osservare se le persone abbiano acquisito nuove competenze, migliorato la propria occupabilità o avuto accesso a opportunità professionali che prima non possedevano.

È una distinzione importante, che porta a interrogarsi anche sulla qualità delle evidenze raccolte e sulla capacità di collegare i cambiamenti osservati alle attività realizzate.

Questa prospettiva interessa le imprese sociali e gli enti del Terzo settore, ma anche le aziende che vogliono comprendere meglio il contributo delle proprie iniziative di sostenibilità alle comunità e ai territori in cui operano.

Misurare per orientare le decisioni

La riflessione aperta dallo studio europeo offre quindi l’occasione per riportare l’attenzione su una funzione essenziale della valutazione: trasformare le evidenze raccolte in conoscenza utile alle decisioni.

Valutare l’impatto significa anche verificare se le iniziative stanno producendo gli effetti desiderati, individuare eventuali risultati inattesi e comprendere dove sia necessario intervenire per migliorare.

Questo richiede di definire fin dall’inizio quali cambiamenti si vogliono generare, quali soggetti coinvolgere nella valutazione e quali informazioni raccogliere. Il confronto con gli stakeholder assume un ruolo centrale, perché permette di integrare il punto di vista di chi sperimenta direttamente gli effetti delle attività dell’organizzazione.

In questo senso, la valutazione può accompagnare l’intero ciclo di vita di un progetto, dalla definizione degli obiettivi alla verifica dei risultati, fino alla riprogettazione degli interventi successivi.

Per le imprese si apre così un’opportunità concreta: utilizzare la misurazione dell’impatto per rafforzare la qualità delle proprie strategie, allocare meglio le risorse e costruire un dialogo più solido con finanziatori, clienti, istituzioni e comunità.

Lo studio della Commissione europea contribuisce a portare all’attenzione delle istituzioni un insieme di modelli imprenditoriali che attribuiscono alla creazione di valore sociale e ambientale un ruolo centrale. Perché questa evoluzione possa consolidarsi, diventa sempre più importante saper distinguere gli obiettivi dichiarati, i risultati raggiunti e il cambiamento effettivamente generato.

È qui che la valutazione d’impatto può fare la differenza, aiutando le organizzazioni a comprendere il valore del proprio operato e a utilizzare questa consapevolezza per migliorare le scelte future.

Anna Filippucci – Valutatrice d’impatto certificata

 

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