Il Renewable Energy Report 2026 mostra che l’Italia deve accelerare sulle rinnovabili per rafforzare la propria resilienza energetica. Ma velocità e qualità non sono alternative: senza progetti credibili, territori coinvolti e valore riconoscibile, la transizione rischia di rallentare proprio dove dovrebbe correre.
La crisi energetica di inizio 2026 ci ricorda una cosa che tendiamo a dimenticare appena l’emergenza sembra attenuarsi: finché il prezzo dell’energia resterà fortemente condizionato dai combustibili fossili, il nostro sistema produttivo continuerà a essere esposto a tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e soluzioni emergenziali. È in questo contesto che il Renewable Energy Report 2026 dell’Osservatorio Energy & Strategy del Politecnico di Milano, presentato il 22 aprile scorso, assume un valore particolarmente significativo. Il Report fotografa un settore ancora vitale, ma meno dinamico di quanto servirebbe: nel 2025 in Italia sono stati installati 7,2 GW di nuova capacità da fonti rinnovabili, in calo rispetto ai 7,6 GW del 2024.
Non è una battuta d’arresto drammatica, ma è un segnale da non sottovalutare. Perché il tema non è solo quanto stiamo installando, ma quanto dovremmo installare per rendere il sistema energetico più resiliente, competitivo e meno dipendente dalle fonti fossili.
Il ritmo attuale non basta
A fine 2025 la capacità rinnovabile complessiva in Italia ha raggiunto circa 82 GW, mentre il target del PNIEC al 2030 è pari a 131 GW. Mancano quindi 49 GW in cinque anni: un divario che richiede un’accelerazione evidente, non qualche aggiustamento marginale.
Il fotovoltaico continua a essere il motore principale della crescita. Nel 2025 ha contribuito con 5,6 GW di nuove installazioni, con un peso crescente degli impianti utility scale: quelli sopra 1 MW rappresentano ormai il 50% della nuova capacità fotovoltaica installata. È un segnale di maturazione industriale, ma anche un cambio di scala che rende più centrale il tema dell’inserimento dei progetti nei contesti locali.
L’eolico, invece, resta più debole: nel 2025 le nuove installazioni si sono fermate a 562 MW, con una concentrazione geografica molto forte. Il 94% della nuova capacità eolica si trova in Puglia, Basilicata e Campania. Un dato che dice molto: le rinnovabili non crescono in uno spazio neutro, ma in luoghi concreti, con paesaggi, economie locali, aspettative e preoccupazioni specifiche.
Le aree più favorevoli dal punto di vista della risorsa energetica sono spesso anche quelle più sollecitate dai nuovi progetti. È comprensibile dal punto di vista industriale, ma proprio per questo richiede maggiore attenzione alla qualità del confronto, alla chiarezza degli impatti e alla riconoscibilità dei benefici per le comunità locali.
Accelerare non significa forzare
Il titolo del Report, “la fine degli alibi”, coglie bene il punto: non possiamo continuare a trattare le rinnovabili come una promessa futura mentre la crisi energetica ci presenta il conto nel presente. Ma la fine degli alibi non può tradursi in una corsa puramente quantitativa.
Davanti a 49 GW da installare entro il 2030, la tentazione è comprensibile: semplificare, spingere, autorizzare più rapidamente. Ed è vero che procedure più chiare e tempi più certi sono indispensabili. Ma se l’accelerazione sacrifica la qualità dei progetti e la relazione con i territori, rischia di produrre l’effetto opposto: più resistenze, più ricorsi, più rallentamenti.
Accelerare non significa costruire ovunque e comunque. Significa rendere possibili gli impianti giusti nei luoghi adatti, con processi più chiari e progetti più solidi. Significa tenere insieme urgenza climatica, sicurezza energetica, tutela del paesaggio e sviluppo locale.
Anche il dibattito sul nucleare, spesso posto in contrapposizione alle rinnovabili, dovrebbe essere ricondotto a questa visione di sistema. Discutere di tecnologie con orizzonti di sviluppo diversi è legittimo, ma non può diventare un modo per rinviare ciò che può contribuire già oggi alla decarbonizzazione e alla resilienza energetica del Paese.
L’accettabilità territoriale è parte del progetto
Troppo spesso l’accettabilità territoriale viene considerata una fase successiva: prima si definisce il progetto, poi si prova a spiegarlo. Ma per infrastrutture che incidono sul paesaggio, sugli usi del suolo e sulle percezioni delle comunità, questo approccio rischia di arrivare tardi.
Il coinvolgimento dei territori non è un elemento accessorio né un semplice adempimento comunicativo. È una condizione di qualità del progetto. Serve ad accompagnare il processo decisionale, costruire fiducia, rendere più chiari impatti e benefici, rafforzare la legittimità territoriale degli interventi.
Questo non significa eliminare ogni conflitto. Sarebbe ingenuo pensarlo. Significa però creare le condizioni perché il confronto sia più informato, meno difensivo e più orientato alla qualità delle decisioni. Quando il dialogo arriva solo alla fine, rischia di essere percepito come una formalità. Quando invece viene costruito con tempi adeguati, informazioni accessibili e disponibilità all’ascolto, può aiutare ad anticipare criticità, riconoscere le preoccupazioni e migliorare il progetto stesso.
È qui che la transizione energetica smette di essere solo una questione tecnica o regolatoria e diventa anche una questione di relazione. Nessuna tecnologia energetica vive fuori dalla società. E nessuna accelerazione può durare se non viene compresa nei luoghi in cui prende forma.
Aree idonee: pianificare meglio per decidere prima
Il percorso sulle aree idonee mostra quanto questo passaggio sia delicato. Nato per facilitare l’individuazione degli spazi più adatti allo sviluppo delle rinnovabili, il tema si è progressivamente trasformato in un terreno complesso, dove si intrecciano competenze istituzionali, sensibilità territoriali, interessi politici e obiettivi nazionali.
Il rischio è perdere lo spirito originario della norma: non restringere, ma individuare con chiarezza dove e come le rinnovabili possono crescere. Per farlo serve una pianificazione espansiva ma ordinata: non “impianti ovunque”, bensì una valorizzazione delle aree dove le fonti rinnovabili possono davvero esprimere il proprio potenziale, in sintonia con le comunità e in coerenza con le caratteristiche dei territori.
Una buona pianificazione non rallenta la transizione: può renderla più credibile e quindi più rapida. Perché riduce ambiguità, rende più trasparenti i criteri decisionali e aiuta gli operatori a sviluppare progetti più coerenti con il contesto in cui si inseriscono.
Il cantiere invisibile della resilienza
Come mostrato dal Renewable Energy Report, il mercato mostra segnali di vitalità: crescono strumenti come i PPA, gli accumuli si stanno sviluppando, l’agrivoltaico apre spazi di integrazione tra produzione energetica e mondo agricolo. La domanda si muove, gli operatori ci sono, le soluzioni tecniche evolvono. Il passaggio decisivo è rendere questa traiettoria solida anche dal punto di vista sociale e territoriale.
La resilienza energetica del Paese non si costruisce solo sostituendo una fonte con un’altra. Si costruisce rendendo possibile, credibile e riconoscibile la trasformazione del sistema energetico.
Per questo la transizione non si misura solo nei megawatt autorizzati o nei gigawatt installati. Si misura anche nella capacità di trasformare un obiettivo nazionale in un percorso comprensibile per chi vive nei territori: con impianti.
Irene La Porta
Non hai seguito il nostro ultimo webinar sull’accettabilità delle opere sui territori? Nessun problema!
Rinnovabili, la fine degli alibi passa dai territori
Il Renewable Energy Report 2026 mostra che l’Italia deve accelerare sulle rinnovabili per rafforzare la propria resilienza energetica. Ma velocità e qualità non sono alternative: senza progetti credibili, territori coinvolti e valore riconoscibile, la transizione rischia di rallentare proprio dove dovrebbe correre.
La crisi energetica di inizio 2026 ci ricorda una cosa che tendiamo a dimenticare appena l’emergenza sembra attenuarsi: finché il prezzo dell’energia resterà fortemente condizionato dai combustibili fossili, il nostro sistema produttivo continuerà a essere esposto a tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e soluzioni emergenziali. È in questo contesto che il Renewable Energy Report 2026 dell’Osservatorio Energy & Strategy del Politecnico di Milano, presentato il 22 aprile scorso, assume un valore particolarmente significativo. Il Report fotografa un settore ancora vitale, ma meno dinamico di quanto servirebbe: nel 2025 in Italia sono stati installati 7,2 GW di nuova capacità da fonti rinnovabili, in calo rispetto ai 7,6 GW del 2024.
Non è una battuta d’arresto drammatica, ma è un segnale da non sottovalutare. Perché il tema non è solo quanto stiamo installando, ma quanto dovremmo installare per rendere il sistema energetico più resiliente, competitivo e meno dipendente dalle fonti fossili.
Il ritmo attuale non basta
A fine 2025 la capacità rinnovabile complessiva in Italia ha raggiunto circa 82 GW, mentre il target del PNIEC al 2030 è pari a 131 GW. Mancano quindi 49 GW in cinque anni: un divario che richiede un’accelerazione evidente, non qualche aggiustamento marginale.
Il fotovoltaico continua a essere il motore principale della crescita. Nel 2025 ha contribuito con 5,6 GW di nuove installazioni, con un peso crescente degli impianti utility scale: quelli sopra 1 MW rappresentano ormai il 50% della nuova capacità fotovoltaica installata. È un segnale di maturazione industriale, ma anche un cambio di scala che rende più centrale il tema dell’inserimento dei progetti nei contesti locali.
L’eolico, invece, resta più debole: nel 2025 le nuove installazioni si sono fermate a 562 MW, con una concentrazione geografica molto forte. Il 94% della nuova capacità eolica si trova in Puglia, Basilicata e Campania. Un dato che dice molto: le rinnovabili non crescono in uno spazio neutro, ma in luoghi concreti, con paesaggi, economie locali, aspettative e preoccupazioni specifiche.
Le aree più favorevoli dal punto di vista della risorsa energetica sono spesso anche quelle più sollecitate dai nuovi progetti. È comprensibile dal punto di vista industriale, ma proprio per questo richiede maggiore attenzione alla qualità del confronto, alla chiarezza degli impatti e alla riconoscibilità dei benefici per le comunità locali.
Accelerare non significa forzare
Il titolo del Report, “la fine degli alibi”, coglie bene il punto: non possiamo continuare a trattare le rinnovabili come una promessa futura mentre la crisi energetica ci presenta il conto nel presente. Ma la fine degli alibi non può tradursi in una corsa puramente quantitativa.
Davanti a 49 GW da installare entro il 2030, la tentazione è comprensibile: semplificare, spingere, autorizzare più rapidamente. Ed è vero che procedure più chiare e tempi più certi sono indispensabili. Ma se l’accelerazione sacrifica la qualità dei progetti e la relazione con i territori, rischia di produrre l’effetto opposto: più resistenze, più ricorsi, più rallentamenti.
Accelerare non significa costruire ovunque e comunque. Significa rendere possibili gli impianti giusti nei luoghi adatti, con processi più chiari e progetti più solidi. Significa tenere insieme urgenza climatica, sicurezza energetica, tutela del paesaggio e sviluppo locale.
Anche il dibattito sul nucleare, spesso posto in contrapposizione alle rinnovabili, dovrebbe essere ricondotto a questa visione di sistema. Discutere di tecnologie con orizzonti di sviluppo diversi è legittimo, ma non può diventare un modo per rinviare ciò che può contribuire già oggi alla decarbonizzazione e alla resilienza energetica del Paese.
L’accettabilità territoriale è parte del progetto
Troppo spesso l’accettabilità territoriale viene considerata una fase successiva: prima si definisce il progetto, poi si prova a spiegarlo. Ma per infrastrutture che incidono sul paesaggio, sugli usi del suolo e sulle percezioni delle comunità, questo approccio rischia di arrivare tardi.
Il coinvolgimento dei territori non è un elemento accessorio né un semplice adempimento comunicativo. È una condizione di qualità del progetto. Serve ad accompagnare il processo decisionale, costruire fiducia, rendere più chiari impatti e benefici, rafforzare la legittimità territoriale degli interventi.
Questo non significa eliminare ogni conflitto. Sarebbe ingenuo pensarlo. Significa però creare le condizioni perché il confronto sia più informato, meno difensivo e più orientato alla qualità delle decisioni. Quando il dialogo arriva solo alla fine, rischia di essere percepito come una formalità. Quando invece viene costruito con tempi adeguati, informazioni accessibili e disponibilità all’ascolto, può aiutare ad anticipare criticità, riconoscere le preoccupazioni e migliorare il progetto stesso.
È qui che la transizione energetica smette di essere solo una questione tecnica o regolatoria e diventa anche una questione di relazione. Nessuna tecnologia energetica vive fuori dalla società. E nessuna accelerazione può durare se non viene compresa nei luoghi in cui prende forma.
Aree idonee: pianificare meglio per decidere prima
Il percorso sulle aree idonee mostra quanto questo passaggio sia delicato. Nato per facilitare l’individuazione degli spazi più adatti allo sviluppo delle rinnovabili, il tema si è progressivamente trasformato in un terreno complesso, dove si intrecciano competenze istituzionali, sensibilità territoriali, interessi politici e obiettivi nazionali.
Il rischio è perdere lo spirito originario della norma: non restringere, ma individuare con chiarezza dove e come le rinnovabili possono crescere. Per farlo serve una pianificazione espansiva ma ordinata: non “impianti ovunque”, bensì una valorizzazione delle aree dove le fonti rinnovabili possono davvero esprimere il proprio potenziale, in sintonia con le comunità e in coerenza con le caratteristiche dei territori.
Una buona pianificazione non rallenta la transizione: può renderla più credibile e quindi più rapida. Perché riduce ambiguità, rende più trasparenti i criteri decisionali e aiuta gli operatori a sviluppare progetti più coerenti con il contesto in cui si inseriscono.
Il cantiere invisibile della resilienza
Come mostrato dal Renewable Energy Report, il mercato mostra segnali di vitalità: crescono strumenti come i PPA, gli accumuli si stanno sviluppando, l’agrivoltaico apre spazi di integrazione tra produzione energetica e mondo agricolo. La domanda si muove, gli operatori ci sono, le soluzioni tecniche evolvono. Il passaggio decisivo è rendere questa traiettoria solida anche dal punto di vista sociale e territoriale.
La resilienza energetica del Paese non si costruisce solo sostituendo una fonte con un’altra. Si costruisce rendendo possibile, credibile e riconoscibile la trasformazione del sistema energetico.
Per questo la transizione non si misura solo nei megawatt autorizzati o nei gigawatt installati. Si misura anche nella capacità di trasformare un obiettivo nazionale in un percorso comprensibile per chi vive nei territori: con impianti.
Irene La Porta
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