Il nuovo rapporto Women, Business and the Law 2026 della Banca mondiale mostra che le donne, nel mondo, dispongono ancora solo di circa due terzi dei diritti economici riconosciuti agli uomini. E anche dove le leggi esistono, attuazione e autonomia restano fragili.
La fotografia globale è difficile da addolcire. Secondo il report Women, Business and the Law 2026, le donne nel mondo dispongono in media del 67% dei diritti economici riconosciuti agli uomini. Il dato si fa ancora più severo quando si passa dalle norme alla loro concreta efficacia: i sistemi di supporto necessari per rendere quei diritti esercitabili si fermano a 47 su 100, mentre la percezione sulla loro applicazione arriva a 53 su 100. In altre parole: le leggi avanzano più velocemente della realtà. E infatti solo il 4% delle donne vive in economie vicine a una piena uguaglianza giuridica, mentre nessun Paese garantisce oggi pari opportunità economiche complete. La Banca mondiale aggiunge anche un elemento che spesso resta sullo sfondo: colmare il divario di genere in occupazione e imprenditorialità potrebbe aumentare il Pil globale di circa il 20%.
Perché non è solo una questione di leggi
Il rapporto Women, Business and the Law fotografa la condizione economica delle donne nel mondo attraverso 10 dimensioni decisive, dalle tutele sul lavoro al supporto alla genitorialità, dall’imprenditorialità ai diritti patrimoniali. E tra i punti più critici ne segnala uno che troppo spesso resta trattato come laterale: la protezione dalla violenza, che continua a pesare direttamente sulla possibilità per molte donne di lavorare con continuità, sicurezza e autonomia.
Il punto non è soltanto quanti diritti siano formalmente riconosciuti, ma quanto siano davvero praticabili. Il rapporto insiste proprio su questo scarto: i diritti economici femminili continuano a incepparsi in un terreno fatto di servizi insufficienti, applicazione debole e barriere che restano molto concrete lungo tutto il ciclo di vita lavorativa. Ed è un problema che pesa ancora di più se guardiamo al futuro: nei prossimi dieci anni entreranno nella forza lavoro globale 1,2 miliardi di giovani, e circa la metà saranno donne. Molte di loro vivranno proprio nelle regioni dove le barriere economiche e normative per le donne restano più forti. Per questo la questione non riguarda solo l’equità ma riguarda anche crescita, produttività e capacità dei Paesi di non sprecare una parte enorme del proprio potenziale.
Il caso Italia: buone norme, attuazione molto meno brillante
L’Italia, nel confronto internazionale, si colloca tra le economie con un quadro normativo relativamente avanzato. Secondo la lettura del rapporto, ottiene 92,93 punti su 100 nell’indice relativo alle leggi che regolano la partecipazione economica delle donne. Ma quando si passa ai sistemi di supporto il punteggio scende a 77,93, e quando si guarda all’effettiva applicazione delle norme cala ulteriormente a 67,30. È un divario che conosciamo bene anche in altri ambiti della parità: il diritto viene riconosciuto, ma fatica a tradursi in esperienza quotidiana, continuità professionale, autonomia reddituale, possibilità reale di scelta.
Autonomia economica
C’è poi un altro pezzo della storia che merita di stare dentro questo discorso: l’autonomia economica concreta. Un’indagine dell’Istituto Piepoli per Directa mostra che in Italia il 25% delle donne non dispone di alcun reddito personale, mentre il 62% non ha mai effettuato investimenti finanziari. Quasi una donna su due dichiara di aver rinunciato almeno una volta a decisioni economiche per pressioni o aspettative del partner o della famiglia, e circa una su quattro afferma che non si sentirebbe libera di interrompere una relazione per ragioni economiche. Dati che ci ricordano che i diritti economici sono la condizione materiale che rende possibile scegliere, negoziare, uscire da una dipendenza, costruire un progetto di vita.
Che cosa dovremmo smettere di raccontarci
Continuiamo a parlare di empowerment femminile come se fosse soprattutto una questione di leadership, role model o presenza nei luoghi decisionali. Tutto importante, certo. Ma prima ancora c’è un livello più elementare e più strutturale: poter contare su reddito, tutele, servizi, accesso al credito, possibilità di carriera e strumenti per gestire in autonomia il denaro. Quando questi pezzi mancano o restano fragili, la parità rischia di diventare una parola molto esposta e poco esigibile. E dove manca la parità, viene meno anche la giustizia, mentre si lascia strada libera a violenza e prevaricazione.
Perché riguarda anche le organizzazioni
È qui che il tema smette di essere solo istituzionale e riguarda da vicino anche imprese e organizzazioni. Perché i diritti economici delle donne non si giocano soltanto nelle aule legislative, ma anche nelle politiche salariali, nei percorsi di carriera, nei congedi, nella flessibilità ben costruita, nei servizi di cura, nell’accesso alla formazione e nella capacità di creare contesti in cui l’autonomia economica non sia un’eccezione individuale ma una condizione normale, condivisa.