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Una seconda chance per la plastica
riuso potrebbe contribuire più del riciclo a ridurre il fenomeno del plastic pollution. La plastica che finisce in mare – in genere imballaggi – ha una vita media inferiore ai sei mesi a differenza di quella molto più lunga che caratterizza quella utilizzata in edilizia, nei trasporti e per i macchinari industriali: dai 13 ai 35 anni. Il problema non è quindi la plastica, ma il modo e il numero di volte in cui viene sfruttata: troppo poche, per troppo poco tempo. È lecito chiedersi in che modo un’informazione e una comunicazione diversa possano contribuire ad arginare il fenomeno. Una corretta comunicazione deve interessare le abitudini dei consumatori (indicando alternative alle confezioni monouso), le modalità di raccolta e smaltimento rifiuti (trasmettendo con estrema chiarezza la destinazione dei beni più comuni alle singole frazioni di raccolta differenziata), traducendo, infine, la sfida – e l’opportunità – contenuta nei più recenti dispositivi di legge europei sull’abolizione dei prodotti monouso. Abbiamo constatato più volte che la demonizzazione della plastica non porti risultati soddisfacenti, non riduca la produzione e il consumo, nè contribuisca a creare comportamenti più consapevoli. È uno dei materiali più utili e senza di essa molti degli strumenti essenziali alla nostra vita moderna non potrebbero esistere: dalle auto, ai telefoni, alle protesi artificiali. Il punto è quindi utilizzarla con consapevolezza, come un bene prezioso, sfruttandola per tutto il tempo necessario. Uno sforzo che richiede l’impegno dei singoli cittadini. Come Kathryn Kellogg che, come raccontato in questo articolo di Repubblica.it, ha differenziato con cura, attenzione e impegno costante, riempiendo – in due anni! – un microscopico barattolo in vetro dei soli rifiuti non differenziabili da lei prodotti. Riutilizzando, differenziando e riciclando coerentemente la plastica, se ne produrrebbe molta meno e ce ne sarebbe molta di meno da smaltire.]]>
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