Sì, e il livello di allarme è vicino ai massimi storici. Il nuovo sondaggio Gallup mostra una preoccupazione climatica molto alta negli Stati Uniti. Ma dentro il dato c’è una contraddizione tutta americana: cresce l’ansia per il riscaldamento globale mentre resta fortissima la polarizzazione politica su cause, responsabilità e risposte.
Negli Stati Uniti la preoccupazione per il cambiamento climatico non sta arretrando. Anzi. Secondo il nuovo sondaggio annuale di Gallup, il 44% degli adulti statunitensi dichiara di preoccuparsi “molto” per il global warming o la crisi climatica: uno dei livelli più alti registrati dal 1989, in linea con il 46% del 2020 e il 45% del 2017. Non è un picco isolato, ma il segnale che il clima continua a occupare uno spazio stabile nell’immaginario pubblico statunitense, nonostante il ritorno di una politica federale apertamente ostile alla regolazione ambientale.
La vera notizia, però, non è solo che gli americani sono preoccupati. È che questa preoccupazione cresce mentre il Paese resta spaccato su quasi tutto il resto: qualità dell’ambiente, origine del riscaldamento globale, priorità tra sviluppo economico e tutela ecologica, ruolo del governo. In altre parole, l’ansia climatica sale, ma non produce automaticamente una lettura condivisa della realtà. Ed è qui che il tema smette di essere solo ambientale e diventa anche culturale, comunicativo e politico.
Quanto preoccupa la crisi climatica negli Stati Uniti
Il dato più citato del sondaggio Gallup è questo: il 44% degli adulti statunitensi afferma di preoccuparsi molto per il cambiamento climatico, mentre un ulteriore 22% dice di preoccuparsene “abbastanza”. Solo il 23% dichiara di non preoccuparsi affatto. Parallelamente, il 61% ritiene che gli effetti del global warming siano già iniziati, un indicatore che racconta una percezione del problema sempre più ancorata al presente e meno relegata a un futuro astratto.
C’è poi un altro numero che pesa: il 66% degli americani pensa che le condizioni ambientali negli Stati Uniti stiano peggiorando. È un sentimento diffuso che si accompagna a un deterioramento della valutazione complessiva dell’ambiente: solo il 35% degli adulti giudica positivamente la qualità dell’ambiente nel Paese, minimo storico della serie Gallup.
Questo passaggio è importante perché corregge una lettura spesso troppo semplice del rapporto tra opinione pubblica e crisi climatica. Non siamo davanti a una popolazione che improvvisamente “si converte” all’ambientalismo. Siamo piuttosto davanti a una società che percepisce con crescente chiarezza un peggioramento materiale del contesto ambientale, ma continua a filtrarlo attraverso appartenenze politiche, interessi territoriali e priorità economiche molto divergenti.
Gli americani vogliono più azione dal governo sul clima?
Sì, e qui il dato è ancora più netto. Secondo Gallup, il 63% degli adulti statunitensi ritiene che il governo federale stia facendo troppo poco per proteggere l’ambiente. È il livello più alto da quando Gallup ha iniziato a rilevare questa opinione nel 1992, in aumento di sei punti rispetto al 2025. Inoltre, il 58% ritiene che la protezione ambientale debba avere priorità sulla crescita economica e il 57% che debba prevalere sullo sviluppo delle fonti energetiche tradizionali.
Questo dato arriva in un momento paradossale. L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca nel gennaio 2025, ha rilanciato una linea fortemente deregolatoria. Il 12 febbraio 2026 l’EPA ha finalizzato la rescissione del Greenhouse Gas Endangerment Finding del 2009, il presupposto giuridico che consentiva di regolare le emissioni climalteranti dei veicoli sotto il Clean Air Act. Nello stesso annuncio, l’agenzia ha presentato l’intervento come una delle più grandi azioni di deregulation nella storia degli Stati Uniti.
Il contrasto è evidente: mentre il governo federale smonta pezzi della cornice regolatoria climatica, una quota crescente di cittadini pensa che l’azione pubblica sia insufficiente. È una frizione che racconta molto bene il momento americano. La politica istituzionale non sta seguendo automaticamente l’evoluzione della percezione sociale del rischio climatico. E quando questo accade, il dibattito si irrigidisce ancora di più.
Il clima sta già cambiando la vita degli americani?
Qui emerge una contraddizione interessante. Se il 61% degli americani dice che gli effetti del riscaldamento globale sono già cominciati, solo il 45% ritiene che questi effetti rappresenteranno una minaccia diretta per sé o per il proprio stile di vita nel corso della propria esistenza. In altre parole, il cambiamento climatico è riconosciuto come fatto reale da molti, ma non sempre percepito come rischio personale imminente.
Eppure i segnali materiali si moltiplicano. La NOAA (il Centro Nazionale per l’Informazione Ambientale) ha certificato che marzo 2026 è stato il marzo più caldo mai registrato negli Stati Uniti continentali, con una temperatura media di 9,4°F sopra la media del XX secolo. Non solo: il periodo aprile 2025-marzo 2026 è risultato il più caldo mai osservato per gli Stati Uniti continentali dall’inizio delle rilevazioni.
Questo scarto tra percezione generale e vulnerabilità personale è cruciale. Significa che il clima è ormai riconosciuto come problema collettivo, ma non sempre interiorizzato come questione biografica, economica o territoriale. È un punto decisivo per chi fa comunicazione pubblica, advocacy o policy: finché il rischio resta “vero ma lontano”, la domanda di azione può crescere senza trasformarsi del tutto in consenso stabile verso misure profonde, costose o redistributive.
Perché la crisi climatica resta un tema così polarizzato negli USA
La polarizzazione politica resta la chiave di lettura fondamentale. Gallup rileva che nel 2026 il 90% dei Democratici attribuisce il global warming all’inquinamento prodotto dalle attività umane, contro il 65% degli indipendenti e appena il 28% dei Repubblicani. La distanza è enorme e, cosa ancora più significativa, si è ampliata nel tempo: nel 2001 le quote erano molto più ravvicinate, con il 72% dei Democratici, il 59% degli indipendenti e il 52% dei Repubblicani che riconoscevano l’origine antropica del fenomeno.
Questo significa che negli Stati Uniti il cambiamento climatico continua a essere letto, da una parte consistente del Paese, non come una questione scientifica con implicazioni politiche, ma come una questione politica che seleziona quali fatti scientifici si è disposti ad accettare. È una differenza sottile solo in apparenza. Perché quando la scienza entra nella contesa identitaria, anche i dati più robusti smettono di essere un terreno comune e diventano materiale da schieramento.
Cosa ci dice davvero questo sondaggio
Il nuovo sondaggio Gallup non racconta di Stati Uniti finalmente uniti sul clima. Racconta qualcosa di più complesso e, per certi versi, più interessante. Ci dice che la preoccupazione è alta, che il senso di peggioramento ambientale cresce, che aumenta la quota di cittadini convinti che il governo stia facendo troppo poco. Ma ci dice anche che il clima continua a essere attraversato da linee di faglia profondissime: partiti, culture mediatiche, territori, percezione del rischio, fiducia nelle istituzioni.
Per chi osserva la transizione ecologica, questo è forse il punto più istruttivo. L’aumento della preoccupazione non basta, da solo, a produrre consenso operativo. Serve un lavoro più difficile: tradurre il rischio climatico in esperienza concreta, costruire linguaggi meno astratti, riconnettere l’emergenza alle priorità quotidiane e sottrarre almeno una parte del dibattito alla pura appartenenza politica. Negli Stati Uniti, oggi, il problema non è più convincere tutti che il clima esista. Il problema è far sì che questa consapevolezza non resti bloccata in un sistema nervoso collettivo iperpolarizzato, dove anche l’evidenza viene filtrata come una preferenza di partito.