di Sergio Vazzoler
Era facile prevederlo: l’appello proveniente da molti fronti (non solo ambientalisti) a discutere maggiormente di ambiente in campagna elettorale è rimasto inascoltato. Anche in questa rubrica si era previsto l’esito, nonostante avessimo elencato i 10 buoni motivi per parlare di ambiente nei mesi precedenti l’appuntamento con le urne. Lo abbiamo fatto dal punto di vista dei comunicatori, troppe volte accusati di spacciare greenwashing a tutto spiano, mentre invece chi si occupa di relazioni pubbliche può essere un agente e acceleratore di cambiamento (a tale proposito rimandiamo a questo articolo del “Guardian” nella nostra sezione Focus Mondo).
Tant’è. Però su un punto è doveroso ritornare: il dibattito elettorale continua a ruotare senza sosta intorno alla crisi economica, alla disoccupazione e alla crescita che appare sempre più una chimera. E ciò è comprensibile perché intercetta le preoccupazioni più forti nell’elettorato. Il problema è il come vengono affrontare le questioni economiche. Infatti, anziché rincorrersi soltanto sulle tasse da restituire, eliminare o limare (a seconda dello schieramento politico), appare assai poco battuta la ricerca di soluzioni laterali o innovative al problema. A partire proprio dal tema che vede intrecciati ambiente, infrastrutture e normative.
Il leit motiv secondo cui le forze politiche sono distanti dal Paese reale trova sostanza anche su questo tema. L’ultimo caso emblematico di un sistema che si contorce su se stesso è rappresentato dalla recente decisione del Gruppo industriale Pini di lasciare la Lombardia e di costruire il proprio stabilimento di lavorazione di carni suine all’estero, esasperato dai vincoli burocratici e dalle proteste da parte degli ambientalisti locali. In una regione dove si sono persi 60.000 posti di lavoro nel solo 2012, si è così cancellata la possibilità per 800 persone di ottenere un’occupazione stabile. Ma nel corso dell’ultimo anno sono stati tanti gli investitori che hanno gettato la spugna o hanno visto bloccata la propria attività per i veti incrociati e le proteste locali (l’ormai famosa sindrome Nimby).
Senza entrare nel merito dei singoli progetti, ciò che emerge è la insopportabile contraddizione tra l’emergenza economica e l’impasse burocratica, normativa e culturale che imprigiona i potenziali investimenti in attività industriali o infrastrutturali che hanno un qualche impatto sull’ambiente. Da anni si fanno convegni, ricerche e inchieste su questo tema eppure tutto rimane come prima e le forze politiche sembrano completamente indifferenti alla questione, salvo poi trovarsi impantanate e sotto scacco nel momento del governo per le varie emergenze sul territorio (dall’alta velocità in Val di Susa all’elettrodotto tra Calabria e Sicilia passando per l’emergenza rifiuti nel Lazio). A onor del vero ci ha provato il Ministro Passera a introdurre l’istituto del dèbat public in Italia ma, as usual, l’iter legislativo è giunto a fine legislatura e tutto è rimandato a data da destinarsi.
Dal punto di vista del comunicatore, non si può che continuare a evidenziare, da un lato, queste contraddizioni e, dall’altro, cercare di fare cultura sugli effetti positivi nell’ istituzionalizzare le forme di comunicazione pubblica che consentono non solo di anticipare i problemi, condividere i progetti e, una volta presa la decisione, di accelerare l’iter realizzativo ma anche e soprattutto per il principio dei vasi comunicanti: se ai committenti appartiene la competenza tecnica, alle associazioni, ai comitati di cittadini e al pubblico in generale appartiene una maggiore abilità nell’argomentazione. Bene, è proprio l’istituzionalizzazione del dialogo che, da una parte, porta i comitati, le associazioni e il pubblico in generale ad acquisire una maggior competenza tecnica e, dall’altra, induce i committenti a seguire maggiormente le logiche dell’argomentazione e della semplificazione del linguaggio.
Last but not least: dare l’esempio ed evitare le scorciatoie comunicative lavorando invece su un attento governo delle relazioni territoriali e degli interessi diffusi e particolari, così come fornire evidenza dei casi positivi che si ottengono seguendo questa strada.
Chissà, prima o poi qualcuno se ne accorgerà…
Ambiente, politica e comunicazione: come uscire dallo stallo?
di Sergio Vazzoler
Era facile prevederlo: l’appello proveniente da molti fronti (non solo ambientalisti) a discutere maggiormente di ambiente in campagna elettorale è rimasto inascoltato. Anche in questa rubrica si era previsto l’esito, nonostante avessimo elencato i 10 buoni motivi per parlare di ambiente nei mesi precedenti l’appuntamento con le urne. Lo abbiamo fatto dal punto di vista dei comunicatori, troppe volte accusati di spacciare greenwashing a tutto spiano, mentre invece chi si occupa di relazioni pubbliche può essere un agente e acceleratore di cambiamento (a tale proposito rimandiamo a questo articolo del “Guardian” nella nostra sezione Focus Mondo).
Tant’è. Però su un punto è doveroso ritornare: il dibattito elettorale continua a ruotare senza sosta intorno alla crisi economica, alla disoccupazione e alla crescita che appare sempre più una chimera. E ciò è comprensibile perché intercetta le preoccupazioni più forti nell’elettorato. Il problema è il come vengono affrontare le questioni economiche. Infatti, anziché rincorrersi soltanto sulle tasse da restituire, eliminare o limare (a seconda dello schieramento politico), appare assai poco battuta la ricerca di soluzioni laterali o innovative al problema. A partire proprio dal tema che vede intrecciati ambiente, infrastrutture e normative.
Il leit motiv secondo cui le forze politiche sono distanti dal Paese reale trova sostanza anche su questo tema. L’ultimo caso emblematico di un sistema che si contorce su se stesso è rappresentato dalla recente decisione del Gruppo industriale Pini di lasciare la Lombardia e di costruire il proprio stabilimento di lavorazione di carni suine all’estero, esasperato dai vincoli burocratici e dalle proteste da parte degli ambientalisti locali. In una regione dove si sono persi 60.000 posti di lavoro nel solo 2012, si è così cancellata la possibilità per 800 persone di ottenere un’occupazione stabile. Ma nel corso dell’ultimo anno sono stati tanti gli investitori che hanno gettato la spugna o hanno visto bloccata la propria attività per i veti incrociati e le proteste locali (l’ormai famosa sindrome Nimby).
Senza entrare nel merito dei singoli progetti, ciò che emerge è la insopportabile contraddizione tra l’emergenza economica e l’impasse burocratica, normativa e culturale che imprigiona i potenziali investimenti in attività industriali o infrastrutturali che hanno un qualche impatto sull’ambiente. Da anni si fanno convegni, ricerche e inchieste su questo tema eppure tutto rimane come prima e le forze politiche sembrano completamente indifferenti alla questione, salvo poi trovarsi impantanate e sotto scacco nel momento del governo per le varie emergenze sul territorio (dall’alta velocità in Val di Susa all’elettrodotto tra Calabria e Sicilia passando per l’emergenza rifiuti nel Lazio). A onor del vero ci ha provato il Ministro Passera a introdurre l’istituto del dèbat public in Italia ma, as usual, l’iter legislativo è giunto a fine legislatura e tutto è rimandato a data da destinarsi.
Dal punto di vista del comunicatore, non si può che continuare a evidenziare, da un lato, queste contraddizioni e, dall’altro, cercare di fare cultura sugli effetti positivi nell’ istituzionalizzare le forme di comunicazione pubblica che consentono non solo di anticipare i problemi, condividere i progetti e, una volta presa la decisione, di accelerare l’iter realizzativo ma anche e soprattutto per il principio dei vasi comunicanti: se ai committenti appartiene la competenza tecnica, alle associazioni, ai comitati di cittadini e al pubblico in generale appartiene una maggiore abilità nell’argomentazione. Bene, è proprio l’istituzionalizzazione del dialogo che, da una parte, porta i comitati, le associazioni e il pubblico in generale ad acquisire una maggior competenza tecnica e, dall’altra, induce i committenti a seguire maggiormente le logiche dell’argomentazione e della semplificazione del linguaggio.
Last but not least: dare l’esempio ed evitare le scorciatoie comunicative lavorando invece su un attento governo delle relazioni territoriali e degli interessi diffusi e particolari, così come fornire evidenza dei casi positivi che si ottengono seguendo questa strada.
Chissà, prima o poi qualcuno se ne accorgerà…
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