Il Rapporto SDGs 2026 dell’Istat fotografa un Paese che continua ad avanzare verso alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 senza riuscire a consolidare i progressi. Quasi un indicatore su due resta sotto la media europea e il divario tra Nord e Mezzogiorno continua a pesare.
A quattro anni dal 2030, l’Italia continua a muoversi verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, ma lo fa a velocità diverse. Ci sono progressi nell’energia, nella riduzione di alcune disuguaglianze e nella sostenibilità dell’agricoltura. Allo stesso tempo peggiorano alcuni indicatori legati a povertà, istruzione e qualità delle istituzioni, mentre su acqua ed ecosistemi prevale la stagnazione.
È la fotografia restituita dal Rapporto SDGs 2026 dell’Istat, nona edizione del monitoraggio italiano sull’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Un lavoro costruito su 321 misure statistiche, collegate a 148 indicatori ONU, che permette di osservare insieme le dimensioni ambientale, sociale, economica e istituzionale dello sviluppo sostenibile.
Ed è proprio guardandole insieme che emerge il dato probabilmente più importante: la sostenibilità italiana non è ferma, ma fatica a trasformare i singoli miglioramenti in una traiettoria stabile.
Agenda 2030 in Italia: migliora il 51% degli indicatori
Nel breve periodo, considerando 243 misure statistiche, il 51% registra un miglioramento. Più di un quarto rimane stabile o in una situazione di stagnazione, mentre il 24% peggiora.
La fotografia cambia a seconda dell’Obiettivo osservato. I risultati migliori arrivano dal Goal 17, dedicato alle partnership per lo sviluppo sostenibile, dove avanzano tutte le misure considerate. Segnali positivi emergono anche dal Goal 10 sulla riduzione delle disuguaglianze e dal Goal 2, grazie al miglioramento di alcuni indicatori relativi alla sostenibilità dell’agricoltura.
Le maggiori difficoltà si concentrano invece in alcuni ambiti sociali e istituzionali.
Nel Goal 1, Povertà zero, peggiorano le misure relative a povertà e deprivazione. Nel Goal 4, Istruzione di qualità, pesano il deterioramento delle competenze degli studenti e la diminuzione della quota di giovani laureati. Nel Goal 16, Pace, giustizia e istituzioni solide, arretrano la rappresentanza femminile e giovanile in Parlamento e aumenta l’affollamento delle carceri.
Il report, insomma, ci ricorda in pochi passaggi che la transizione sostenibile non coincide con la sola trasformazione degli aspetti ambientali ed ecologici. La qualità dell’istruzione, le condizioni economiche delle persone, il lavoro e la solidità delle istituzioni fanno parte dello stesso percorso.
Dieci anni di Agenda 2030: progressi difficili da consolidare
Allargando lo sguardo all’ultimo decennio, il quadro appare parzialmente migliore ma tutt’altro che risolto.
Il 53,8% delle misure mostra un’evoluzione positiva, l’11,3% peggiora, mentre per il 34,8% la tendenza non è chiaramente determinabile. Quest’ultimo dato è particolarmente significativo: più di un indicatore su tre alterna fasi di miglioramento e peggioramento senza riuscire a consolidare una direzione.
Nel lungo periodo i progressi sono più evidenti per riduzione delle disuguaglianze, parità di genere, imprese e innovazione ed energia. Sul fronte ambientale la situazione è più complessa: alcuni indicatori relativi alla lotta al cambiamento climatico e agli ecosistemi terrestri migliorano, ma restano criticità importanti. Tra i Goal nei quali i segnali negativi sono più frequenti compaiono consumo e produzione responsabili, acqua e città sostenibili.
Un andamento che mostra come sia impossibile – o almeno infruttuoso – leggere la sostenibilità attraverso un solo indicatore: migliorare in un ambito non significa necessariamente avanzare nell’insieme.
Il divario tra Nord e Sud resta una questione di sostenibilità
C’è poi una seconda frattura che attraversa il Rapporto: quella territoriale. L’analisi Istat di 146 misure regionali conferma un forte dualismo tra Nord e Mezzogiorno soprattutto nelle dimensioni sociali ed economiche.
Le differenze sono particolarmente evidenti nella povertà. Le regioni settentrionali, con alcune eccezioni, presentano risultati migliori della media nazionale, mentre nel Mezzogiorno emergono maggiori criticità, soprattutto in Campania e Calabria. Lo stesso accade sul lavoro. Calabria e Sicilia presentano fragilità occupazionali più marcate, mentre sul fronte dell’istruzione la Sicilia registra uno dei ritardi più significativi.
La geografia cambia però osservando l’ambiente. Per alcuni indicatori relativi alla vita sulla terra e alla tutela degli ecosistemi marini, il Mezzogiorno presenta risultati relativamente migliori del Nord. Emergono allo stesso tempo vulnerabilità locali molto specifiche: dai servizi idrici e fognari in Sicilia all’esposizione al rischio di frane in Valle d’Aosta e Basilicata.
Italia ed Europa: quasi un indicatore su due resta sotto la media UE
Il confronto europeo aiuta a misurare ulteriormente la distanza.
Sugli 82 indicatori selezionati dall’Istat per confrontare l’Italia con l’UE27, nel 2025 il 49% colloca il nostro Paese in una posizione peggiore della media europea. Il 34% mostra invece un vantaggio e il restante 17% un posizionamento sostanzialmente in linea.
Rispetto al 2015 c’è stato un miglioramento: allora gli indicatori favorevoli erano il 28% e quelli sfavorevoli il 54%. Il ritardo rimane comunque consistente.
L’Italia ottiene risultati relativamente positivi nel Goal 12, consumo e produzione responsabili, e presenta indicatori favorevoli anche su agricoltura, parità di genere ed energia. Le criticità più evidenti riguardano invece il Goal 15 sulla vita sulla terra, dove tutti gli indicatori considerati risultano peggiori della media europea. Difficoltà importanti emergono anche per lavoro e crescita economica, clima, disuguaglianze, città sostenibili, imprese, innovazione e infrastrutture.
Un percorso dagli sviluppi ancora incerti
A quattro anni dal traguardo dell’Agenda 2030, il Rapporto Istat consegna quindi una utile mappa, senza facili promozioni o bocciature. L’Italia sta migliorando, ma non abbastanza velocemente e soprattutto non in modo omogeneo.
Il 51% degli indicatori in progresso racconta una parte della storia. Il 24% che peggiora, le profonde differenze territoriali e quel 49% di indicatori ancora sotto la media europea raccontano l’altra. Un dualismo che lascia grandi incertezze sugli sviluppi di questo percorso.