Quando l’energia costa di più, il conto non è uguale per tutte le persone

Energia, i costi degli shock sui lavoratori

Un’analisi della Banca Mondiale mostra come le interruzioni del commercio energetico possano colpire redditi e occupazione in modo molto diverso tra Paesi e settori. Agricoltura, tessile e lavoratori con minore mobilità risultano particolarmente vulnerabili.

Uno shock energetico non si ferma al prezzo di petrolio e gas. Attraversa le catene di fornitura, aumenta i costi di produzione, modifica la domanda e, alla fine del percorso, arriva ai redditi dei lavoratori. Non arriva però a tutti nello stesso modo.

È questo uno dei risultati più interessanti di un’analisi pubblicata dalla Banca Mondiale, dedicata alle conseguenze di un’interruzione dei commerci internazionali di energia. Lo studio prende in considerazione 80 Paesi e mostra quanto gli effetti economici aggregati possano nascondere forti differenze tra settori e categorie di lavoratori.

Più del 90% dei lavoratori perde reddito in 61 Paesi

Il dato di partenza è significativo: in 61 degli 80 Paesi analizzati, oltre il 90% dei lavoratori subirebbe una riduzione del reddito reale in seguito allo shock considerato.

Gli effetti, però, sono molto diversi. Cambogia, Ucraina e Vietnam figurano tra i Paesi maggiormente colpiti, mentre diversi esportatori di petrolio risultano relativamente protetti.

Anche all’interno dello stesso Paese le differenze sono considerevoli. Secondo la Banca Mondiale, i lavoratori del settore più colpito perdono in media circa il 7,5% del reddito reale e il divario tra i settori più e meno penalizzati raggiunge circa 30 punti percentuali.

È un elemento importante perché mostra i limiti degli indicatori macroeconomici. Un dato medio sul PIL può descrivere l’andamento complessivo di un Paese senza raccontare chi stia effettivamente sostenendo il costo maggiore della crisi.

Agricoltura e tessile tra i settori più esposti

Tra le attività maggiormente vulnerabili figurano tessile, agricoltura e produzione di materie plastiche.

Nel caso dell’agricoltura, la relazione con l’energia è particolarmente evidente. Fertilizzanti, prodotti chimici, macchinari, trasporti e altri input produttivi sono direttamente o indirettamente legati ai prezzi energetici. Un loro aumento si trasferisce quindi sui costi di produzione e può arrivare fino ai prezzi alimentari.

La Banca Mondiale stima che nello scenario analizzato i prezzi agricoli aumenterebbero di circa il 2% nei Paesi non ad alto reddito, mentre l’effetto sarebbe vicino allo zero nelle economie più ricche. Una differenza apparentemente contenuta, ma significativa per le famiglie che destinano al cibo una quota elevata del proprio reddito.

Il risultato è un meccanismo a catena: uno shock che nasce dal commercio energetico può trasformarsi in pressione sui costi aziendali, perdita di reddito e maggiore insicurezza economica e alimentare.

La capacità di cambiare lavoro fa la differenza

Lo studio evidenzia anche un altro elemento: la mobilità dei lavoratori tra settori.

Quando un comparto entra in difficoltà, non tutti hanno la possibilità di trasferire rapidamente competenze e occupazione verso attività in crescita. Secondo l’analisi, questi ostacoli alla mobilità rappresentano circa il 14% della perdita complessiva di benessere generata dallo shock e pesano maggiormente nelle economie in via di sviluppo.

Formazione, riqualificazione professionale e sistemi di protezione sociale diventano quindi anche strumenti di resilienza economica.

È un punto che allarga la lettura della transizione energetica. Sicurezza degli approvvigionamenti, diversificazione delle fonti e decarbonizzazione sono essenziali, ma la capacità di affrontare gli shock dipende anche da quanto persone e territori sono preparati al cambiamento.

Per le imprese la resilienza passa anche dalla dimensione sociale

La stessa prospettiva è utile per le aziende. Analizzare la vulnerabilità di una catena di fornitura significa normalmente valutare disponibilità delle materie prime, fornitori critici, costi energetici e rischi logistici. I dati della Banca Mondiale suggeriscono di aggiungere un altro elemento: quali persone e comunità sono maggiormente esposte quando quella filiera entra sotto pressione?

Una crisi energetica può infatti avere effetti differenti sui lavoratori diretti, su quelli dei fornitori, sui territori produttivi e sulle categorie con meno possibilità di adattamento.

Integrare questa dimensione nelle analisi di rischio permette di leggere insieme aspetti che spesso vengono ancora separati: energia, supply chain, lavoro e impatti sociali.

La sostenibilità sociale, in questo senso, non è un capitolo indipendente da quella ambientale o economica. Gli shock energetici mostrano esattamente il contrario: le tre dimensioni si sovrappongono e possono amplificarsi a vicenda.

Per imprese con filiere internazionali, comprenderne le connessioni significa costruire strategie di approvvigionamento e resilienza più complete. Perché sapere quanto costa uno shock è importante. Sapere chi ne paga il prezzo lo è altrettanto.

Micol Burighel

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