Woke, il fantasma perfetto per non parlare (davvero) delle disuguaglianze

Woke, diritti e disuguaglianze

Il dibattito di agosto ha riportato al centro una parola che in Italia indica tutto e niente. Criticare gli eccessi identitari è legittimo. Usarli per arretrare sui diritti e dimenticarci di disuguaglianze reali è un’altra cosa. La sfida è ricomporre ciò che abbiamo colpevolmente separato: giustizia sociale e diritti civili.

In pochi giorni il “woke” è diventato il grande tema politico di fine estate. C’è chi, da sinistra, lo ha descritto come una cultura trasformatasi in una sorta di dottrina totalizzante, troppo concentrata sulla regolazione del linguaggio e sui conflitti simbolici. C’è chi ha parlato di una vera e propria “gabbia”, nella quale la frammentazione delle identità avrebbe finito per allontanare la politica progressista da bisogni materiali sempre più urgenti. E c’è chi, in termini ancora più espliciti, ha invitato a chiudere la stagione dell’“ubriacatura woke” e a riportare al centro salari, costo della vita e disuguaglianze. Una critica che, è bene precisarlo, arriva anche da chi contemporaneamente afferma che sui diritti civili non si debba arretrare di un millimetro.

Dall’altra parte c’è chi osserva che, almeno in Italia, una vera ideologia woke egemone non è mai esistita: nessun movimento organizzato, nessun programma politico riconoscibile, tantomeno un sistema normativo costruito intorno a essa. E c’è chi ricorda che contrapporre identità e redistribuzione, diritti civili e diritti sociali, significa costruire una divisione che non dovrebbe appartenere a una cultura progressista.

Posizioni diverse, quindi, e alcune tutt’altro che indulgenti verso gli eccessi identitari. Ed è proprio questa varietà rende ancora più curiosa la domanda che domina il dibattito: di che cosa stiamo discutendo esattamente?

Il woke come nemico perfetto

Gli eccessi sono esistiti. Negarlo servirebbe a poco. In particolare nel mondo anglosassone abbiamo visto rigidità linguistiche, moralismo identitario, tentazioni censorie, cancel culture e una progressiva segmentazione della società in gruppi definiti soprattutto attraverso la propria identità e la propria condizione di discriminazione. Anche una parte significativa del mondo progressista oggi ne riconosce apertamente i limiti.

Riconoscere questi limiti, però, è molto diverso dall’accettare il “woke” come spiegazione universale di tutto ciò che non funziona in una certa parte politica, nella società o persino nelle aziende.

Soprattutto in Italia, il woke come ideologia coerente e organizzata semplicemente non esiste. Esistono battaglie per la parità di genere, contro il razzismo, per i diritti delle persone LGBTQIA+, per un linguaggio meno discriminatorio. Esistono anche eccessi, ingenuità ed estremizzazioni, ma trasformare tutto questo in un unico soggetto ideologico significa costruire un bersaglio tanto indefinito quanto efficace.

È un meccanismo che abbiamo già visto con la cosiddetta “teoria gender”: una categoria abbastanza vaga da poter contenere qualsiasi cosa e abbastanza minacciosa da poter essere combattuta senza doverla mai definire davvero.

Ed è qui che il woke rischia di diventare una perfetta distrazione di massa.

Il problema che invece esiste: le disuguaglianze

Perché una parte della critica colpisce comunque un nervo scoperto. Negli ultimi anni il discorso pubblico progressista ha saputo parlare molto di riconoscimento delle identità e assai meno efficacemente di salari, precarietà, casa, accesso alla sanità, mobilità sociale, potere d’acquisto.

Non perché i diritti civili abbiano “rubato spazio” ai diritti sociali. Non esiste un numero chiuso dei diritti.

Il problema è che la questione sociale è stata lasciata troppo spesso senza rappresentanza, mentre alcune battaglie identitarie risultavano più visibili, mediaticamente più immediate e anche più semplici da tradurre in comunicazione.

Riconoscere questo errore non significa assecondare chi vorrebbe tornare indietro su equità di genere, contrasto al razzismo o diritti delle persone LGBTQIA+. Significa fare esattamente il contrario: impedire che quelle conquiste vengano isolate e quindi rese più vulnerabili.

Una persona discriminata può contemporaneamente avere un salario insufficiente, non trovare casa o aspettare mesi per una visita medica. La realtà ha questa sgradevole abitudine: non rispetta le nostre categorie.

Anche le aziende devono allargare lo sguardo

Lo stesso cortocircuito riguarda le imprese.

Per un’azienda può essere relativamente semplice esporsi sulla diversity, adottare un linguaggio inclusivo, celebrare una ricorrenza o raccontare una policy sulla parità. È più complesso interrogarsi sulla qualità dei contratti, sui salari più bassi, sul ricorso alle esternalizzazioni, sulle condizioni lungo la catena di fornitura o sull’impatto dell’aumento del costo della vita sui propri dipendenti.

Eppure entrambe le dimensioni appartengono alla “S” di ESG.

L’equità non può fermarsi al riconoscimento dell’identità. Deve riguardare anche come vengono distribuite opportunità, sicurezza economica, potere e vulnerabilità dentro e fuori l’organizzazione.

Il complesso lavoro della tessitura

La risposta alla crisi del “woke”, dunque, non è meno diritti civili. È più giustizia sociale insieme ai diritti civili.

L’alternativa tra identità e fasce sociali è una scorciatoia intellettuale prima ancora che politica. E rischia di fare un regalo proprio a chi utilizza il “woke” come spauracchio: costringerci a discutere per settimane di una parola nebulosa mentre le disuguaglianze, quelle sì molto concrete, continuano a crescere, tornando indietro sui diritti condivisi e conquistati come collettività.

Bisogna ricucire ciò che si è separato, tentando di tenere insieme diritti, aspettative, idee di futuro. Un lavoro complesso di tessitura, che andrà portato avanti con pazienza e costanza.

Micol Burighel

 

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