Inflazione, disuguaglianze e tensioni geopolitiche stanno mettendo sotto pressione la transizione. Quali segnali intercettare prima che il malessere sociale si trasformi in rigetto?
Se la transizione fosse soltanto una questione di tecnologie, incentivi e norme, basterebbe premere “play” e aspettare che il futuro faccia il suo corso. Ma così non è, oggi la sostenibilità si muove dentro un clima sociale più teso, dove costo della vita, disuguaglianze, sfiducia nelle istituzioni e conflitti internazionali stanno diventando parte integrante del problema.
C’è un punto particolarmente delicato che chi si occupa di sostenibilità non può più permettersi di sottovalutare: per molte persone la transizione rischia di apparire come un’ulteriore richiesta di adattamento e sacrificio, in un contesto già segnato da fragilità economiche e democratiche. E quando la promessa di un benessere più diffuso si incrina, anche la sostenibilità può finire nel tritacarne del risentimento.
Disuguaglianza: la crepa che si allarga sotto i piedi della transizione
Il rapporto Oxfam pubblicato a gennaio 2026 mette in fila numeri che pesano come macigni sullo sfondo di qualunque discorso sulla transizione: dal 2020 la ricchezza dei miliardari è aumentata dell’81%, arrivando a 18,3 trilioni di dollari, mentre i 12 più ricchi del mondo detengono più ricchezza della metà più povera dell’umanità.
Non sono solo cifre da forum internazionali o da apertura di Davos. Sono materiale altamente infiammabile in società già irritate. Perché, come segnala Oxfam, l’estrema concentrazione della ricchezza non resta confinata all’economia: si traduce anche in influenza politica, capacità di orientare le regole del gioco, erosione dei diritti e maggiore rischio di arretramento democratico nei contesti più diseguali.
Ed è qui che si innesta la domanda scomoda per chi lavora sulla sostenibilità: come si chiede fiducia, cooperazione e disponibilità al cambiamento a società che percepiscono il patto sociale come già lesionato?
Geopolitica e linguaggio del potere: la temperatura si alza
A questo quadro si aggiunge un contesto internazionale sempre più teso. Il World Economic Forum ha indicato il conflitto armato tra Stati come il rischio immediato più grave per il 2025 e la disinformazione come il principale rischio di breve periodo, in un paesaggio globale segnato da frammentazione e sfiducia. Non è un’astrazione. L’escalation del conflitto in Medio Oriente ha rimesso al centro il rischio energetico globale, con nuove tensioni sulle rotte strategiche e una crescente volatilità dei mercati.
Dentro questo clima si irrigidisce anche il linguaggio politico europeo. Colpisce, più ancora delle singole misure, il cambio di lessico: deterrenza, riarmo, architettura di sicurezza, potenza. È la spia di un tempo in cui l’orizzonte lungo della transizione viene continuamente compresso dall’urgenza del conflitto e dalla logica della sicurezza.
Per la sostenibilità questo significa una cosa molto concreta: entrare in competizione con priorità percepite come più immediate, più dure, più “reali”. E dunque più politicamente spendibili.
I segnali da intercettare: dove si rompe il consenso
Se vogliamo capire se la transizione sta entrando in una zona di turbolenza sociale, ci sono almeno tre segnali da osservare con attenzione.
- L’ambiente resta un tema sentito, ma non basta. La domanda sociale di tutela ambientale non è scomparsa. Al contrario: il 78% dei cittadini europei ritiene che i problemi ambientali abbiano un effetto diretto sulla propria vita quotidiana e sulla salute. La sensibilità c’è. Il punto, però, è un altro: questa sensibilità non si traduce automaticamente in consenso verso qualunque misura green. Tra percepire un problema e accettare una politica c’è di mezzo la questione dell’equità (percepita).
- La disinformazione è un moltiplicatore di fratture. Il WEF continua a collocare misinformation e disinformation tra i rischi più alti nel breve periodo proprio per la loro capacità di corrodere la coesione sociale, erodere la fiducia e irrigidire le polarizzazioni. Quando la realtà diventa contendibile, anche la transizione smette di essere discussa sui dati e viene trascinata sul terreno identitario: non più “funziona o non funziona?”, ma “da che parte stai?”, “sei pro o contro?”.
- La protesta cresce e viene letta sempre più come tema di ordine pubblico. Oxfam ricorda che nell’ultimo anno si sono registrate oltre 142 proteste antigovernative significative in 68 Paesi, spesso affrontate con durezza dalle autorità. In un contesto del genere, diventa più facile politicizzare ogni misura ambientale, trasformarla in simbolo di élite, tecnocrazia o lontananza dai problemi materiali delle persone. E una transizione percepita come punitiva diventa un bersaglio perfetto.
La questione sociale: il pezzo che manca
Finché la questione sociale non entrerà davvero nel cuore della transizione, questa transizione continuerà a restare esposta. Non perché manchino obiettivi climatici, tecnologie o strategie industriali, ma perché manca la base minima di fiducia e di equità percepita necessaria per reggere il cambiamento. Integrare la dimensione sociale nell’ambizione climatica significa renderla praticabile. Vuol dire proteggere chi è più esposto ai costi, redistribuire benefici e opportunità, riconoscere che la sostenibilità non riguarda solo emissioni, ma anche lavoro, salute, salari, servizi, diritti e dignità. È qui che si gioca una partita decisiva anche sul piano comunicativo. Perché se il racconto della transizione continua a sembrare disancorato dalla vita quotidiana, finirà per lasciare campo libero a chi la riduce a una caricatura: un lusso morale per poche persone, pagato da molte. Per questo la sostenibilità, oggi, deve costruire fiducia, prossimità ed equità. Solo così potremo nutrire la capacità collettiva di immaginare e sostenere un futuro condiviso.
Micol Burighel
Clima sociale: transizione e sostenibilità sotto stress
Inflazione, disuguaglianze e tensioni geopolitiche stanno mettendo sotto pressione la transizione. Quali segnali intercettare prima che il malessere sociale si trasformi in rigetto?
Se la transizione fosse soltanto una questione di tecnologie, incentivi e norme, basterebbe premere “play” e aspettare che il futuro faccia il suo corso. Ma così non è, oggi la sostenibilità si muove dentro un clima sociale più teso, dove costo della vita, disuguaglianze, sfiducia nelle istituzioni e conflitti internazionali stanno diventando parte integrante del problema.
C’è un punto particolarmente delicato che chi si occupa di sostenibilità non può più permettersi di sottovalutare: per molte persone la transizione rischia di apparire come un’ulteriore richiesta di adattamento e sacrificio, in un contesto già segnato da fragilità economiche e democratiche. E quando la promessa di un benessere più diffuso si incrina, anche la sostenibilità può finire nel tritacarne del risentimento.
Disuguaglianza: la crepa che si allarga sotto i piedi della transizione
Il rapporto Oxfam pubblicato a gennaio 2026 mette in fila numeri che pesano come macigni sullo sfondo di qualunque discorso sulla transizione: dal 2020 la ricchezza dei miliardari è aumentata dell’81%, arrivando a 18,3 trilioni di dollari, mentre i 12 più ricchi del mondo detengono più ricchezza della metà più povera dell’umanità.
Non sono solo cifre da forum internazionali o da apertura di Davos. Sono materiale altamente infiammabile in società già irritate. Perché, come segnala Oxfam, l’estrema concentrazione della ricchezza non resta confinata all’economia: si traduce anche in influenza politica, capacità di orientare le regole del gioco, erosione dei diritti e maggiore rischio di arretramento democratico nei contesti più diseguali.
Ed è qui che si innesta la domanda scomoda per chi lavora sulla sostenibilità: come si chiede fiducia, cooperazione e disponibilità al cambiamento a società che percepiscono il patto sociale come già lesionato?
Geopolitica e linguaggio del potere: la temperatura si alza
A questo quadro si aggiunge un contesto internazionale sempre più teso. Il World Economic Forum ha indicato il conflitto armato tra Stati come il rischio immediato più grave per il 2025 e la disinformazione come il principale rischio di breve periodo, in un paesaggio globale segnato da frammentazione e sfiducia. Non è un’astrazione. L’escalation del conflitto in Medio Oriente ha rimesso al centro il rischio energetico globale, con nuove tensioni sulle rotte strategiche e una crescente volatilità dei mercati.
Dentro questo clima si irrigidisce anche il linguaggio politico europeo. Colpisce, più ancora delle singole misure, il cambio di lessico: deterrenza, riarmo, architettura di sicurezza, potenza. È la spia di un tempo in cui l’orizzonte lungo della transizione viene continuamente compresso dall’urgenza del conflitto e dalla logica della sicurezza.
Per la sostenibilità questo significa una cosa molto concreta: entrare in competizione con priorità percepite come più immediate, più dure, più “reali”. E dunque più politicamente spendibili.
I segnali da intercettare: dove si rompe il consenso
Se vogliamo capire se la transizione sta entrando in una zona di turbolenza sociale, ci sono almeno tre segnali da osservare con attenzione.
La questione sociale: il pezzo che manca
Finché la questione sociale non entrerà davvero nel cuore della transizione, questa transizione continuerà a restare esposta. Non perché manchino obiettivi climatici, tecnologie o strategie industriali, ma perché manca la base minima di fiducia e di equità percepita necessaria per reggere il cambiamento. Integrare la dimensione sociale nell’ambizione climatica significa renderla praticabile. Vuol dire proteggere chi è più esposto ai costi, redistribuire benefici e opportunità, riconoscere che la sostenibilità non riguarda solo emissioni, ma anche lavoro, salute, salari, servizi, diritti e dignità. È qui che si gioca una partita decisiva anche sul piano comunicativo. Perché se il racconto della transizione continua a sembrare disancorato dalla vita quotidiana, finirà per lasciare campo libero a chi la riduce a una caricatura: un lusso morale per poche persone, pagato da molte. Per questo la sostenibilità, oggi, deve costruire fiducia, prossimità ed equità. Solo così potremo nutrire la capacità collettiva di immaginare e sostenere un futuro condiviso.
Micol Burighel
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