Tre scenari, una domanda: come rendiamo la transizione energetica davvero condivisa

Transizione energetica, gli scenari 2026

Dal World Energy Outlook 2025 della IEA a una lezione pratica per chi progetta impianti e infrastrutture: il fattore decisivo non è solo tecnologico, ma sociale.

Sul fronte delle energie rinnovabili, l’Europa sta facendo passi importanti: nel 2025 eolico e solare hanno generato il 30% dell’elettricità dell’UE, superando per la prima volta le fonti fossili (29%).
È un dato che parla di clima, ma anche di autonomia e competitività. Eppure, chi lavora sui territori lo sa: una transizione che cresce “sulla carta” può rallentare “sul campo” se non riesce a restare dentro un patto credibile con le persone.

Per leggere dove stiamo andando parto dal World Energy Outlook 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). Non offre una previsione unica, ma scenari alternativi che aiutano a capire cosa cambia davvero quando cambiano scelte politiche, investimenti e capacità di esecuzione.

Tre scenari IEA: tre velocità (e lo stesso nodo)

La IEA lavora su tre traiettorie principali. Nel Current Policies Scenario si guarda a ciò che è già in vigore: è lo scenario più prudente, quello in cui la trasformazione procede ma con attriti e ritardi. Nel Stated Policies Scenario entrano anche politiche annunciate e direzioni di marcia formalizzate: qui la transizione accelera, senza però dare per scontato che tutti i target vengano centrati. Nel Net Zero by 2050 la IEA descrive un percorso coerente con l’azzeramento delle emissioni nette al 2050, lasciando spazio a vie nazionali diverse.

La differenza tra i tre scenari non è filosofica: è fatta di decisioni operative. E si gioca su quattro parole chiave che tornano ossessivamente nel WEO: sicurezza, resilienza, elettricità, catene di fornitura. In un mondo volatile, l’energia è tornata materia di sicurezza economica e nazionale, e non solo di politica industriale o climatica.

L’età dell’elettricità: i numeri diventano reti, cantieri, scelte locali

Il WEO è molto chiaro su un punto: l’elettricità cresce più in fretta dell’energia nel suo complesso. Entro il 2035, la domanda elettrica aumenta in modo consistente in tutti gli scenari; cambiano le proporzioni, non la direzione. Alimentano la crescita raffrescamento, manifattura, mobilità elettrica, riscaldamento elettrificato, dati e servizi digitali.

Tradotto in pratica: più rinnovabili, ma soprattutto più rete. Qui la IEA mette il dito nella vera strozzatura. Gli investimenti in generazione sono saliti fino a circa 1.000 miliardi di dollari l’anno, mentre quelli nelle reti viaggiano attorno a 400 miliardi: troppo poco e troppo lento. Quando la rete non tiene il passo, succedono tre cose che chi lavora sulle infrastrutture conosce bene: connessioni che slittano, congestione, prezzi che diventano più instabili. E, nei casi peggiori, blackout e disservizi che costano consenso oltre che energia.

Le batterie aiutano e stanno crescendo rapidamente, ma non risolvono da sole il tema della flessibilità: servono anche interconnessioni, gestione della domanda, accumuli diversi, pianificazione. Sono parole tecniche, sì. Ma hanno un lato sociale molto concreto: se l’elettricità diventa il baricentro dell’economia, diventa anche il baricentro della fiducia dei cittadini.

Minerali critici: la nuova vulnerabilità della transizione

C’è poi un pezzo spesso sottovalutato nel racconto pubblico sulle rinnovabili: i minerali critici. La IEA segnala livelli elevati di concentrazione nella raffinazione: per la grande maggioranza dei minerali strategici legati all’energia, un singolo Paese domina il mercato con quote molto alte. E cresce anche il ricorso a controlli alle esportazioni.

Per chi sviluppa impianti e reti non è un dettaglio ma è un chiaro segnale di come la transizione dipenda da filiere che possono diventare fragili, lente o costose. E quando costi e tempi si muovono, la pressione si scarica a valle: sui progetti, sui territori, sulle bollette.

Data center e AI: domanda concentrata, impatti localissimi

La parte su dati e intelligenza artificiale nel WEO è interessante perché ridimensiona e, allo stesso tempo, rende più urgente. A livello globale, l’aumento dei consumi dei data center pesa meno di quanto si immagini sulla crescita complessiva della domanda elettrica. Ma è fortemente concentrato geograficamente e spesso si colloca vicino a cluster già esistenti, dove le reti sono già congestionate.

C’è un indicatore simbolico: nel 2025 gli investimenti globali nei data center arrivano a circa 580 miliardi di dollari, una cifra che supera la spesa prevista per l’offerta globale di petrolio (circa 540 miliardi). Non serve farne un feticcio: serve capirne il messaggio. La domanda elettrica “nuova” non è più solo industrie tradizionali e famiglie; è anche un’infrastruttura digitale che cresce velocemente e chiede continuità, qualità e capacità di rete.

Costi, regole e condivisione

Qui entra un tema spesso sottovalutato nei piani tecnici: l’affordability. Il World Economic Forum, con McKinsey, ricorda che il 37% delle imprese (secondo una Executive Opinion Survey su 11.000 aziende) vede costi più alti di energia e commodity come un ostacolo a modelli green competitivi; e più della metà è preoccupata dalla sostenibilità economica per i consumatori.

Questo deve essere un invito a progettare la transizione perché regga anche sul piano sociale: costi distribuiti in modo equo, benefici visibili, strumenti per accompagnare i più esposti. Altrimenti, l’opposizione cresce e la velocità di trasformazione cala.

Un altro tema molto importante sono le regole definite dal legislatore: purtroppo nel nostro Paese negli ultimi anni abbiamo assistito a un susseguirsi di norme che hanno solamente reso confuso il percorso autorizzativo. Con un’aggravante legata alla legislazione che in tema di energia rinnovabile dipende, oltre che dalla normativa nazionale, anche da 20 normative regionali.

Territori, la differenza tra autorizzazione e alleanza

Nella pratica dei progetti energetici, la distanza tra i due scenari agli estremi, Green e Unrest, passa anche da altri aspetti molto concreti:

  • come ti approcci a un territorio,
  • quando inizi a parlare con le persone,
  • quanto sei trasparente su impatti e benefici,
  • quanta capacità hai di correggere il progetto, ben sapendo che questo deve avvenire prima dell’avvio dell’iter autorizzativo.

Qui mi interessa essere chiaro. Il coinvolgimento non può essere “comunicazione a valle” ma progettazione a monte.

Costruire valore

Un approccio estrattivo (“mi serve quell’area, arrivo, realizzo e vado”) oggi è fragile. Soprattutto perché il clima sociale sta cambiando: l’Edelman Trust Barometer 2026 segnala che 7 persone su 10 faticano a fidarsi di chi è “diverso da sé”. Quando la fiducia si restringe, la parola “comunità” non basta più, ma va ricostruita, passo dopo passo, con presenza e coerenza.

Che cosa significa, in pratica, “aggiungere valore” al territorio?

  • governance dell’ascolto: attraverso incontri e tavoli di lavoro che non siano rituali ma che siano reali spazi di confronto e dialogo, con tempi chiari, risposte documentate e impegni tracciabili;
  • benefici locali definiti, condivisi e leggibili: formazione, occupazione, creazione di filiere, condivisione di strumenti, messa a disposizione di risorse e competenze, fondi territoriali, misure su povertà energetica;
  • scelte progettuali condivise e discusse preventivamente: attenzione al paesaggio, agli elementi di biodiversità, gestione attenta del cantiere e degli aspetti più concreti (rumore, traffico, ecc.);
  • partecipazione dei cittadini: perché la partecipazione permette di apprendere e discutere, riduce i conflitti, e le scelte condivise sono più resilienti e durature.

Il cantiere più importante

I numeri ci dicono che la direzione è tracciata: rinnovabili ed elettrificazione sono centrali, e lo resteranno.  Il punto è il “come”. Se vogliamo una transizione (quanto più possibile) rapida e stabile, dobbiamo considerare la fiducia come un’infrastruttura che si costruisce attraverso progetti fatti bene e relazioni curate con rispetto. È il lavoro meno visibile. Ed è spesso quello che decide se un impianto nasce, si sviluppa, dura.

Emilio Conti

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