Standard per il report di sostenibilità: quale usare?

Standard per il report di sostenibilità

ESRS, VSME, GRI o ISSB? Guida pratica per aziende dentro e fuori obbligo che vogliono scegliere bene lo standard per il report di sostenibilità. 

Nel webinar della scorsa settimana sulle prospettive che ci aspettano nel 2026 sul reporting di sostenibilità, la domanda più ricorrente è stata semplice: “Ok, il report è uno strumento strategico e competitivo, ma quale standard usiamo?”
ESRS, VSME, GRI, ISSB e molti altri ancora: l’offerta è ampia e variegata. Eppure, la scelta non è mai solo tecnica: è una decisione di posizionamento, perché determina che tipo di dati ESG offri al mercato, con quale livello di profondità, e soprattutto per chi li costruisci. 

In più, il quadro europeo sta attraversando una fase di aggiustamento (con rinvii e semplificazioni in discussione e in parte già approvate), quindi è normale che molte aziende oscillino tra “parto subito” e “aspetto che si stabilizzi tutto”.  

Il punto è che il mercato non aspetta: filiere, banche e clienti stanno già chiedendo dati e governance. E il reporting – se impostato bene – diventa un fattore competitivo, non un compito da spuntare. Un concetto che ritorna spesso anche nel nostro lavoro quotidiano: quando la rendicontazione è ben fatta, crea impatti positivi dentro e fuori l’impresa, a livello organizzativo, strategico, reputazionale.  

La bussola: 4 domande prima di scegliere uno standard 

Prima delle sigle, conviene fermarsi su quattro domande pratiche: 

  1. Rientro (o rientrerò nel 2028) nell’obbligo europeo?
    Se ho più di 1.000 dipendenti e più di 450 milioni di euro di fatturato o se conto di raggiungerli nei prossimi anni, la scelta cambia: serve prepararsi per tempo e costruire una “macchina” che regga requisiti e assurance. 
  1. Chi mi chiede le informazioni?
    Clienti di filiera? Banche? Gare pubbliche? Investitori? Ogni interlocutore “legge” il report in modo diverso e ha richieste e aspettative diverse. 
  1. Che maturità ho oggi?
    Hai dati solidi? Processi già strutturati e responsabilità interne? Un’analisi di materialità fatta bene? Se mancano le fondamenta, lo standard giusto è quello che ti fa crescere senza schiacciarti. 
  1. Dove gioco la partita?
    Solo UE? Mercati globali? Se hai investitori internazionali o necessità di fare reporting integrato, potresti aver bisogno di una lingua più “financial” e adatta a diversi tipi di mercato. 

Con questa bussola, la scelta dello standard diventa più semplice e fondata.  

Quando usare l’ESRS, lo standard di riferimento?

Gli ESRS (European Sustainability Reporting Standard) sono la lingua madre del reporting introdotto dalla CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive): strutturati, granulari, pensati per rendere comparabili le informazioni e legarle a governance, strategia, rischi e metriche. 

Il mio consiglio, qui, è molto lineare: se oggi non sei obbligato ma prevedi di esserlo nel breve-medio periodo, inizia ad allenarti sugli ESRS. Non serve partire subito “a pieno carico”, ma impostare: 

  • ownership interna dei dati, 
  • flussi e controlli, 
  • un impianto di doppia materialità robusto. 

Nota importante: gli ESRS sono in una fase di revisione/semplificazione, con l’obiettivo (indicato a livello europeo) di finalizzare le modifiche entro la prima metà del 2026, pur con tempistiche legate agli sviluppi legislativi. Tradotto: non è un buon motivo per fermarsi, ma è un motivo per lavorare con metodo e aggiornamento continuo. 

Quando usare il VSME, il volontario creato dall’Unione Europea?

Il VSME nasce per le PMI e per chi, pur fuori dall’obbligo, riceve richieste crescenti di informazioni da clienti e banche. È costruito in modo proporzionale e modulare: 

  • Opzione A, il cosiddetto Basic Module: base, “minimo” per molte PMI, ma non per questo da sottovalutare, soprattutto se si è all’inizio di un percorso.  
  • Opzione B, al Basic si aggiunge il Comprehensive Module: più completo e più concentrato sugli aspetti strategici, per richieste tipiche di banche/investitori/clienti.  

Nel 2025 la Commissione europea ha adottato una Raccomandazione che incoraggia l’uso del VSME proprio per ridurre il caos delle richieste ESG “custom” verso le PMI. 
EFRAG, inoltre, ha rilevato che molti operatori lo stanno già usando come framework guida per raccogliere informazioni, anche se l’incertezza normativa ha frenato una diffusione ancora più rapida.  

Il punto chiave: il VSME non è “superficiale”. Lo diventa solo se lo tratti come un esercizio di facciata. Se invece lo usi per mettere in fila dati, responsabilità e priorità, è un ottimo punto di partenza (e spesso anche un ottimo punto di arrivo) su cui puoi anche aggiungere KPI e dati entity-specific che possono rappresentare al meglio la tua azienda. 

Quando usare i GRI, lo standard globale per rendicontare impatti e dialogare con gli stakeholder?

GRI Standards restano un riferimento globale, molto solido, soprattutto per chi vuole rendicontare con una lente orientata agli impatti e agli stakeholder. 

Se un’azienda rendiconta da diversi anni con GRI e ha raggiunto un buon livello (ad esempio, nella modalità “in accordance”, in cui gli indicatori sono determinati dall’analisi di materialità d’impatto), e non prevede l’obbligo europeo nel breve, può assolutamente continuare su questa strada: continuità e coerenza, in comunicazione, contano. 

Se invece l’obbligo ESRS c’è (o arriva), una strada pragmatica è lavorare con un approccio “doppio”, sfruttando le risorse di interoperabilità tra ESRS e GRI per ridurre duplicazioni e fare ordine. 
Qui una cautela utile: l’interoperabilità è un supporto tecnico, non una scorciatoia per “essere compliant” ESRS facendo solo GRI.  

Quando usare ISSB (IFRS S1/S2), la lente della materialità finanziaria e degli investitori?

Gli standard ISSB (IFRS S1 e S2) parlano una lingua molto chiara: disclosure su rischi e opportunità di sostenibilità che possono influenzare prospettive finanziarie, cash flow, accesso a capitali e costo del capitale. 
Sono efficaci per aziende con forte esposizione a investitori, mercati dei capitali, o che operano in contesti dove l’adozione ISSB è richiesta o favorita. 

Nella pratica, per molte organizzazioni ISSB non sostituisce ESRS/GRI: può diventare una seconda lingua, soprattutto per chi vuole parlare in modo più diretto al mondo finanziario. Anche qui, il tema “ponte” è l’interoperabilità: EFRAG lavora in dialogo con ISSB e GRI per limitare la doppia rendicontazione.  

E gli altri? Sì, esistono 

Oltre a questi quattro riferimenti, ci sono framework e standard settoriali o di mercato che possono pesare molto: questionari di rating, richieste clienti, metriche di settore, CDP, e altri schemi che emergono in base a supply chain e geografie. 

La regola pratica, qui, è semplice: se non sei in obbligo nel breve, scegli lo standard che ti permette di rispondere meglio alle richieste reali (e ricorrenti) del tuo mercato, e a ciò che stanno facendo i competitor. Non il più “prestigioso”, ma il più utile. 

Dallo standard alla strategia 

Lo standard giusto è quello che ti fa produrre dati affidabili, ripetibili, utili e comprensibili per chi te li chiede. In sintesi: se l’obbligo è nel tuo orizzonte, usa lo standard europeo ufficiale di riferimento per preparare la macchina (ESRS). Se non lo è, scegli ciò che ti permette di rispondere in modo credibile a mercato e filiera senza sprecare tempo e risorse (VSME o, se già maturo, GRI). E quando serve parlare “finanza”, aggiungi la lingua ISSB. Il punto non è la sigla: è la capacità di trasformare il reporting in un vantaggio competitivo misurabile. Per sceglierlo è indispensabile approcciare un assessment completo e dettagliato che faccia emergere le esigenze a cui rispondere con la rendicontazione non finanziaria. 

Giulia Devani

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