Critico d’arte, giornalista, conduttore televisivo e docente universitario, Philippe Daverio, è uno dei rappresentanti più vivaci dell’arte e della cultura in Italia. Lo abbiamo ascoltato al Pala Expo di Valenza Po, in provincia di Alessandria, in occasione della presentazione di nuove donazioni alla collezione d’arte contemporanea “Valentia”, raccolta e custodita dalla Fondazione Luigi Longo.
Daverio ha toccato innumerevoli questioni, spaziando dall’arte alla politica, dalla comunicazione al made in Italy, e partendo da un assunto: l’arte è espressione della cultura di una società e “un tempo vincere nelle arti significava vincere nel pensiero”. Oggi questo concetto si è perso; si sono smarriti valori, conoscenze e risorse e come conseguenza a questo impoverimento di quella che possiamo definire ‘coscienza del bene comune’ le arti non vengono più sostenute dallo Stato.
Ciò che resiste sono le eccellenze italiane, nicchie di ricchezza economica e intellettuale in cui l’Italia non ha rivali. Sono quelle che Daverio definisce le 4F: food, fashion, Ferrari, furniture.
Basterà ciò a salvare l’Italia? E, soprattutto, fino a quando questi settori riusciranno non solo a trainare l’economia locale, ma anche a intercettare le menti e i saperi migliori?
In questi ragionamenti entra di prepotenza il tema dell’arte: essa, per Daverio, rappresenta il pretesto, la base di partenza, per poter avviare una riflessione sulla società odierna.
“Le arti servono a ragionare”, dice “e a riproporre un dibattito che in questi ultimi anni è andato perduto. Odiamo i giovani e reprimiamo gli artisti: di meglio non potremmo fare per far morire una società”.
Di fronte a questo disastro intellettuale e sociale la politica arranca e pare incapace di cambiare sé stessa. Anche la comunicazione ha le sue responsabilità: ad essa viene chiesto di cogliere il cambiamento e adeguarsi.
“Non esiste più la massa uniforme del dopo guerra, quella costituita da milioni di persone che al suono di una sveglia salivano sulle loro biciclette e andavano in fabbrica, e al suono di un’altra sirena risalivano in sella alle loro biciclette per tornare a casa. In questo modello sociale l’elemento distintivo era la classe di appartenenza; oggi non è più così. La massa si è stratificata, è divenuta un popolo trasversale caratterizzato da bisogni profondamente diversificati. La comunicazione deve andare oltre il vecchio principio secondo cui per comunicare molto bisogna semplificare molto. E’ ancora vera questa regola, ma non più sufficiente”.
Cosa fare dunque? Recuperare il dibattito, ormai sostituito dalla confusione e dalla legge del più forte [ha ragione chi grida di più].
“Solo nel conflitto dialettico ci salveremo”, chiosa Daverio, prima di lasciarci per dedicarsi a una buona abitudine preserale, il suo gin tonic.
“La comunicazione deve adeguarsi ai tempi che cambiano: solo nel conflitto dialettico ci salveremo”
Critico d’arte, giornalista, conduttore televisivo e docente universitario, Philippe Daverio, è uno dei rappresentanti più vivaci dell’arte e della cultura in Italia. Lo abbiamo ascoltato al Pala Expo di Valenza Po, in provincia di Alessandria, in occasione della presentazione di nuove donazioni alla collezione d’arte contemporanea “Valentia”, raccolta e custodita dalla Fondazione Luigi Longo.
Daverio ha toccato innumerevoli questioni, spaziando dall’arte alla politica, dalla comunicazione al made in Italy, e partendo da un assunto: l’arte è espressione della cultura di una società e “un tempo vincere nelle arti significava vincere nel pensiero”. Oggi questo concetto si è perso; si sono smarriti valori, conoscenze e risorse e come conseguenza a questo impoverimento di quella che possiamo definire ‘coscienza del bene comune’ le arti non vengono più sostenute dallo Stato.
Ciò che resiste sono le eccellenze italiane, nicchie di ricchezza economica e intellettuale in cui l’Italia non ha rivali. Sono quelle che Daverio definisce le 4F: food, fashion, Ferrari, furniture.
Basterà ciò a salvare l’Italia? E, soprattutto, fino a quando questi settori riusciranno non solo a trainare l’economia locale, ma anche a intercettare le menti e i saperi migliori?
In questi ragionamenti entra di prepotenza il tema dell’arte: essa, per Daverio, rappresenta il pretesto, la base di partenza, per poter avviare una riflessione sulla società odierna.
“Le arti servono a ragionare”, dice “e a riproporre un dibattito che in questi ultimi anni è andato perduto. Odiamo i giovani e reprimiamo gli artisti: di meglio non potremmo fare per far morire una società”.
Di fronte a questo disastro intellettuale e sociale la politica arranca e pare incapace di cambiare sé stessa. Anche la comunicazione ha le sue responsabilità: ad essa viene chiesto di cogliere il cambiamento e adeguarsi.
“Non esiste più la massa uniforme del dopo guerra, quella costituita da milioni di persone che al suono di una sveglia salivano sulle loro biciclette e andavano in fabbrica, e al suono di un’altra sirena risalivano in sella alle loro biciclette per tornare a casa. In questo modello sociale l’elemento distintivo era la classe di appartenenza; oggi non è più così. La massa si è stratificata, è divenuta un popolo trasversale caratterizzato da bisogni profondamente diversificati. La comunicazione deve andare oltre il vecchio principio secondo cui per comunicare molto bisogna semplificare molto. E’ ancora vera questa regola, ma non più sufficiente”.
Cosa fare dunque? Recuperare il dibattito, ormai sostituito dalla confusione e dalla legge del più forte [ha ragione chi grida di più].
“Solo nel conflitto dialettico ci salveremo”, chiosa Daverio, prima di lasciarci per dedicarsi a una buona abitudine preserale, il suo gin tonic.
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