Il conto del clima all’Europa: tra perdite economiche, salute e sicurezza

Eventi climatici estremi in Europa

Danni in forte crescita negli ultimi anni. Gli eventi estremi diventano un rischio strutturale per infrastrutture, persone e continuità economica.

Tra il 1980 e il 2024 gli eventi legati a clima e meteo – alluvioni, tempeste, ondate di calore e siccità – hanno causato nell’Unione europea perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro. Un dato che non racconta solo “il costo del maltempo”, ma un cambiamento di fase: una parte consistente dei danni si concentra nel periodo più recente, con oltre 208 miliardi nel quadriennio 2021–2024 (circa un quarto del totale).

A questo conto, però, ne va aggiunto un altro decisivo: le conseguenze sulle persone. Nel periodo 1980–2020 gli eventi meteo-climatici estremi hanno provocato oltre 138.000 morti premature in Europa, e il caldo estremo da solo ha causato circa 24.000 decessi nell’estate 2025. Numeri che rendono evidente come la crisi climatica non sia più soltanto una questione ambientale o infrastrutturale, ma anche un tema di salute e sicurezza.

Perdite annuali in crescita

L’indicatore EEA (European Environment Agency, Agenzia europea dell’ambiente) sulle perdite economiche mostra una traiettoria netta: la media annua passa da 8,6 miliardi nel periodo 1980–1989 a 44,9 miliardi nel 2020–2024, con un aumento del 54% dal 2009 (circa +3,4% l’anno). I picchi annuali sono legati a pochi eventi molto intensi: una quota ridotta di episodi estremi genera la maggior parte dei costi complessivi.

Quanto alle cause, il peso maggiore è attribuito agli eventi idrologici (alluvioni), che rappresentano circa il 47% delle perdite, seguiti da tempeste e fenomeni meteorologici (27%) e ondate di calore (quasi 18%).

Salute e sicurezza: il caldo estremo come rischio crescente

L’aumento dei danni economici si accompagna a impatti diretti sulle persone. Nel report pubblicato a febbraio 2026, il Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici richiama l’attenzione sulla necessità di rafforzare l’adattamento perché gli eventi estremi stanno già producendo perdite umane ed economiche significative, con danni medi annui nell’ordine di 45 miliardi di euro.
Nello stesso contesto viene richiamata anche la mortalità legata al caldo: circa 24.000 morti nell’estate 2025 attribuite al caldo estremo, secondo le stime citate dal Comitato.

Non solo infrastrutture: impatti sistemici e vulnerabilità della supply chain

Oltre ai danni “visibili” – strade, ponti, edifici, coste – gli eventi estremi incidono sulla continuità di attività economiche e servizi essenziali. Alluvioni e tempeste interrompono trasporti e logistica; siccità e ondate di calore mettono sotto pressione acqua ed energia; incendi e precipitazioni estreme colpiscono aree produttive e territori già fragili.

In questo scenario, la gestione del rischio non riguarda solo i piani di emergenza, ma anche la capacità di mantenere operative filiere e servizi: dalla disponibilità di materie prime e componenti alla distribuzione, fino alla sicurezza di lavoratrici e lavoratori esposti a condizioni climatiche più dure.

Il divario assicurativo e il “costo nascosto” per finanze pubbliche e famiglie

Un ulteriore elemento strutturale è la copertura assicurativa. La quota di perdite coperte da assicurazioni resta minoritaria e disomogenea tra Paesi, con un conseguente trasferimento dei costi su bilanci pubblici, imprese e famiglie.
In parallelo, alcune stime sintetiche pubblicate dal Consiglio UE ricordano che il costo economico medio delle inondazioni fluviali supera 5 miliardi di euro l’anno, mentre gli incendi boschivi causano circa 2 miliardi di euro di danni annuali.

Dall’emergenza alla nuova normalità

Il dato più rilevante, oggi, è che l’accelerazione degli impatti rende meno efficace l’approccio basato su interventi “post-evento”. La fase attuale chiede di trattare gli estremi climatici come un rischio strutturale: pianificazione territoriale, standard infrastrutturali, protezione civile, salute pubblica, continuità operativa e gestione delle filiere diventano parti dello stesso quadro.

Il Comitato consultivo scientifico europeo indica, tra le direttrici, la necessità di valutazioni del rischio più omogenee e di una pianificazione che consideri scenari climatici più severi (con riferimenti fino a 2,8–3,3°C di riscaldamento globale entro fine secolo), per evitare che l’adattamento resti frammentato e reattivo.

Il conto del clima, per l’Europa, non è più una proiezione futura: è una realtà economica, sanitaria e infrastrutturale con cui confrontarsi ogni anno.

Micol Burighel

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