Global Risks Report 2026: l’era della competizione che rallenta la transizione

Global Risks Report 2026

Il report del World Economic Forum vede geoeconomia e conflitti dominare il breve periodo, mentre clima e biodiversità restano la minaccia più severa nel lungo. In mezzo, la disuguaglianza che cresce diventa un nodo da sciogliere.

Il Global Risks Report 2026 del World Economic Forum (21ª edizione) mette in copertina una definizione chiarissima: siamo nell’age of competition. L’analisi si basa sulla Global Risks Perception Survey, che raccoglie le opinioni di oltre 1.300 esperti e leader.
Il tono è quello di una previsione meteo che non vorresti mai leggere. Il 50% si aspetta un mondo “turbolento o burrascoso” nei prossimi due anni; sul decennio la quota sale al 57%. E i “giorni sereni” restano un miraggio: solo l’1% prevede un contesto calmo.

Questa tempesta, però, non è solo geopolitica. È una tempesta che sposta l’attenzione dalle priorità di lungo periodo (clima, ecosistemi, resilienza) verso l’urgenza di breve (competizione, protezionismi, conflitti). E quando l’agenda si accorcia, la giustizia sociale diventa il primo pezzo sacrificabile. Con effetti a cascata sulla transizione.

Geoeconomia: tariffe e sanzioni diventano rischio sistemico

Nel 2026 il rischio percepito come più probabile di innescare una crisi significativa è il confronto geoeconomico, ossia l’uso dell’economia come leva di potere tra Paesi, attraverso strumenti come tariffe, sanzioni, controlli sulle tecnologie e sulle filiere per ottenere vantaggi strategici. Il 18% degli intervistati lo indica come primo fattore di crisi, davanti al conflitto armato tra Stati (14%) e agli eventi climatici estremi (8%).
Non è solo una classifica, ma il segnale che l’economia viene letta sempre più come campo di battaglia (dazi, sanzioni, controlli tecnologici, strozzature sulle materie prime). Il report nota anche che, nell’orizzonte a due anni, la geoeconomia sale al primo posto per gravità, balzando di otto posizioni.

Qui la sostenibilità non è “un capitolo a parte”. È dentro la contesa perché riguarda energia, filiere, minerali critici, infrastrutture. Se il commercio diventa arma, anche la transizione — che dipende da catene globali — diventa più fragile.

Il paradosso climatico

Il report registra – a differenza degli anni precedenti – un fenomeno molto attuale: nel breve periodo i rischi ambientali vengono reprioritizzati verso il basso rispetto alle minacce non ambientali. Non solo scendono in classifica ma c’è “un allontanamento assoluto” dalle preoccupazioni ambientali nell’orizzonte a due anni.
Eppure, quando si allunga lo sguardo ai dieci anni, la gerarchia si ribalta e continua a confermare le tendenze degli ultimi anni. Gli eventi meteorologici estremi restano il rischio più severo, seguiti da perdita di biodiversità/collasso degli ecosistemi e cambiamenti critici dei sistemi terrestri. In pratica, il podio è tutto ambientale.

È un cortocircuito tipico delle organizzazioni (non solo dei governi): nel breve rincorriamo ciò che “fa male subito”, nel lungo ci travolge ciò che abbiamo rimandato. La transizione climatica si gioca qui, non nella consapevolezza astratta, ma nella capacità di non far deragliare il lungo periodo quando il breve assorbe la nostra attenzione.

La disuguaglianza è il rischio che connette tutto

Nel Global Risks Report la disuguaglianza torna a essere il rischio più “interconnesso”, per il secondo anno di fila. Un rischio collegato a molti altri problemi, che rende più difficili da gestire. Quando la disuguaglianza aumenta, si attivano altri tre fenomeni a catena.

Primo: cresce la frattura sociale. Le persone si polarizzano più in fretta, si fidano meno delle istituzioni e diventano più sensibili alle narrazioni “noi contro loro”. Secondo: l’economia diventa più instabile, perché la pressione sul costo della vita e sulle opportunità alimenta malcontento e reazioni politiche spesso contraddittorie. Terzo: lo spazio per politiche pubbliche di lungo periodo si restringe, perché l’urgenza quotidiana (bollette, lavoro, sicurezza) diventa l’unico metro di giudizio.

È qui che per la transizione climatica si gioca una partita decisiva. Se una misura viene percepita come un costo imposto “dall’alto” — anche quando è tecnicamente sensata — l’opposizione si organizza e la velocità di esecuzione si riduce. E non serve un grande movimento: basta una minoranza rumorosa innescata da un’ingiustizia percepita.

Per questo la giustizia climatica non può e non deve essere un capitolo a margine. Proteggere chi è più esposto ai cambiamenti, distribuire costi e benefici in modo leggibile, accompagnare i settori e i territori che pagano di più nel breve periodo diventa necessario per una transizione trasformativa e partecipata, ma soprattutto capace di affrontare la realtà nelle sue complessità, senza rimanerne travolta.

Disinformazione e AI

Nell’orizzonte a due anni, misinformazione e disinformazione si collocano tra i rischi più alti (secondo posto), e restano una minaccia severa anche nel lungo periodo (quarto posto). Risultati che confermano gli andamenti degli ultimi due anni.
Sopra a questi fenomeni, si innesta anche l’AI: gli esiti negativi dell’intelligenza artificiale sono il rischio che compie il salto più impressionante nel tempo, passando dal 30° posto nel breve al nel decennio. Per chi si occupa di clima e giustizia sociale questa può diventare una doppia tenaglia. Da una parte la disinformazione erode il terreno comune dei fatti, dall’altra l’AI può accelerare scala e sofisticazione dei contenuti (e delle manipolazioni.

Un mondo multipolare e frammentato

Il report fotografa anche la trasformazione dell’ordine globale. Il 68% degli intervistati prevede, nei prossimi dieci anni, un assetto “multipolare o frammentato”, con potenze che definiscono regole regionali in competizione.

Come conseguenza diretta, cooperare su clima, salute globale, stabilità finanziaria diventa più difficile proprio quando sarebbe più necessario. E le politiche di sostenibilità, senza coordinamento, rischiano di arenarsi definitivamente.

Cosa fare: sostenibilità come strategia anti-fragilità

Se il report descrive l’“era della competizione”, la sostenibilità può restare una leva solo a una condizione: interpretarla come architettura di resilienza.

Per imprese e decisori, cinque mosse realistiche (e misurabili):

  1. Integrare rischio geopolitico e decarbonizzazione. Le strategie climatiche devono prevedere stress test su dipendenze critiche (materie prime, fornitori, rotte, componenti) e piani alternativi già attivabili, non solo scenari teorici.
  2. Proteggere la dimensione sociale della transizione. Occuparsi della “just transition” diventa parte del risk management. Se costi e benefici non sono percepiti come equi (bollette, lavoro, impatti locali), l’opposizione cresce e i progetti rallentano, anche quando sono tecnicamente solidi.
  3. Blindare l’integrità informativa. Serve un presidio stabile su dati, fonti e comunicazione di crisi, perché una narrazione tossica e scorretta può fermare una transizione.
  4. AI con guardrail. Il rischio non è “l’AI”, ma l’AI senza regole. Occorre usare l’AI con controlli chiari (chi decide, chi verifica, chi risponde), per evitare errori, bias o falle che erodono fiducia e creano rischi legali e reputazionali.
  5. Tenere il lungo periodo in agenda anche quando il breve brucia. Nel decennio il clima torna a essere il rischio numero uno, che lo si voglia o no. Dobbiamo quindi evitare lo “stop&go” sugli investimenti di transizione, perché rinviare oggi significa pagare di più domani in costi fisici, economici e sociali.

La bussola nella tempesta

Se la competizione è davvero la cifra del presente, dobbiamo allora imparare come fare cooperazione anche dentro la competizione, senza lasciare indietro pezzi di società e senza derubricare il clima a rumore di fondo. Nelle tempeste come quella che stiamo vivendo si perde facilmente l’orientamento: per questo serve una stella polare che non cambi mai, e oggi è la necessità della transizione ambientale e sociale.

Micol Burighel

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