Edelman Trust Barometer, al “Noi” al “Me”: la frattura della fiducia in una società sempre più insulare

Edelman Trust Barometer edizione 2026

Edelman Trust Barometer 2026: quando 7 persone su 10 faticano a fidarsi del “diverso”, si perde il senso di comunità. E se la comunità manca all’appello, come potremo affrontare insieme le grandi sfide della transizione sostenibile?

L’ultimo Edelman Trust Barometer, nella sua drammatica fotografica di un continuo calo di fiducia, ci descrive un vero e proprio cambio di postura delle società. Il report parla di insularità: un ritiro dentro cerchie ristrette (valori, identità, fonti informative), mentre fuori cresce l’idea che l’Altro sia soprattutto un rischio. Il risultato è una miscela esplosiva per tutto ciò che richiede collaborazione: giustizia sociale, transizione climatica, innovazione responsabile. Per affrontare queste sfide non ci basterà spiegarne l’urgenza e motivare la necessità di un cambiamento: servirà ricostruire l’idea stessa di comunità.

Insularità, 7 su 10 faticano a fidarsi di chi è diverso

Il dato che fa da architrave al report è netto: il 70% delle persone nel campione globale dichiara di essere esitante o non disponibile a fidarsi di qualcuno “diverso da sé” (per valori, cultura, stile di vita, ma anche per “fatti” e fonti informative).

Un punto che impatta direttamente su clima e giustizia sociale: se l’altro è a priori inattendibile, allora qualsiasi convergenza diventa faticosa e complessa. E le grandi transizioni — per definizione — hanno bisogno di coalizioni imperfette, non di tribù perfettamente allineate.

Cosa ha portato qui

Edelman lega la “ritirata” a una sequenza di stressor che ormai non sono più eccezioni ma sfondo permanente: costo della vita, spostamenti economici, pandemia, disinformazione, discriminazioni, tensioni geopolitiche.

Due evidenze aiutano a capire perché la fiducia oggi si comporta come una sostanza che evapora:

  • Paura economica: tra i dipendenti, il 67% teme di perdere il lavoro per una recessione (in crescita rispetto al 2020) e il 66% teme che conflitti commerciali e dazi danneggino l’azienda per cui lavora (ai massimi dal 2019).
  • Guerra cognitiva: il 65% (media globale su 26 mercati) teme che altri Paesi “contaminino” deliberatamente i media con falsità per alimentare divisioni interne; è un dato in aumento di 11 punti dal 2021 e ai massimi in molti mercati.

Non è difficile leggere in filigrana in queste preoccupazione l’aggravarsi della situazione geopolitica, sempre più instabile e imprevedibile. Proprio quando economia e informazione diventano instabili insieme, le persone cercano rifugio nella certezza più accessibile, cioè le persone a loro simili.

Meno contatto con idee diverse

Non è solo una percezione: diminuisce il contatto con fonti che sfidano la nostra bolla informativa. Secondo la rilevazione dell’Edelman Trust Barometer, solo il 39% dice di informarsi almeno settimanalmente da fonti con orientamento politico diverso dal proprio; il dato scende di 6 punti in un anno, con cali significativi nella maggioranza dei Paesi analizzati.

E qui sicuramente sta uno dei meccanismi che alimentano l’insularità. La minor esposizione a opinioni diverse porta a un minor “allenamento” al dissenso, che a cascata genera più conflitto un ulteriore ritiro.

Fidarsi del futuro? Solo 32% ci crede

Se la fiducia è un ponte, la prospettiva sul futuro è l’altra sponda. Una sponda che sempre più si allontana: solo il 32% pensa che la prossima generazione starà meglio, un dato che scende di 4 punti rispetto all’anno precedente.

Quando non c’è un domani credibile, la collaborazione su clima e coesione sociale perde carburante. Dopotutto, perché investire oggi (costi, risorse, compromessi, cambiamenti, fatiche personali e organizzative) se non si intravede un ritorno collettivo?

Di chi ci fidiamo davvero

L’Edelaman Trust Barometer mostra un passaggio simbolico. Dalla fiducia “istituzionale” si passa a quella “di prossimità”. In estrema sintesi, cresce la fiducia in famiglia/amici/vicinato e cala verso governi e grandi media.

Dentro l’insularità questo effetto si accentua: tra chi ha mindset insulare, la fiducia va a “il mio CEO” (61%) e “i miei vicini” (61%), mentre scende per leader di governo (43%), giornalisti (48%) e perfino CEO in generale (48%).

La fiducia è riservata alle persone che vedo, con cui ho esperienza diretta, e non più a figure e ruoli sociali di per sé, come accadeva invece in passato.

Media, governo, ONG, imprese: chi regge e chi traballa

Sul piano delle istituzioni, i numeri sono quasi una radiografia del nostro tempo:

  • Business: 64% di fiducia
  • ONG: 58%
  • Media: 54%
  • Governo: 53%

E c’è un dettaglio che conta molto per chi lavora con le organizzazioni: l’unica “super-istituzione” davvero sopra soglia è il datore di lavoro (il mio datore di lavoro, “my employer”) al 78%.
Se dobbiamo ricostruire comunità, i luoghi di lavoro sembrano essere (nel bene e nel male) uno dei pochi spazi sociali ancora abilitanti.

Imprese, ultima roccaforte ma anche campo minato

Il report ci racconta poi che l’insularità non è solo un fatto “culturale”, è anche economico e produttivo. E infatti emergono comportamenti che, in azienda, diventano freno a tutto:

  • 42%: “mi impegnerei meno se il leader del progetto avesse idee politiche diverse dalle mie”
  • 34%: preferirei cambiare reparto piuttosto che riportare a un manager con valori diversi

Sul fronte geopolitico, la fiducia si nazionalizza. In Paesi come Germania e Giappone il vantaggio di fiducia verso aziende “di casa” rispetto a quelle straniere arriva a 29 punti. Per le multinazionali e per le filiere globali (quindi anche per la transizione) è un segnale da non sottovalutare: il mondo chiede radicamento locale, non solo efficienza globale.

Innovazione: promessa per alcuni, rischio di esclusione per altri

L’innovazione entra in questo quadro come acceleratore di disuguaglianze percepite. In una flash poll collegata al Trust Barometer, il 54% delle persone a basso reddito pensa che “persone come me” resteranno indietro rispetto ai benefici dell’AI generativa. Se la tecnologia viene vissuta come un gioco per pochi, diventa benzina per il risentimento e quindi per l’insularità, bloccando la produttività e rafforzando la resistenza all’innovazione.

Fidarsi di persone diverse con il “trust brokering”

Edelman propone una pista interessante, meno morale e più operativa, cioè affrontare la fiducia come competenza di mediazione. Il report parla di trust brokering: ascoltare senza giudizio e “tradurre le diverse realtà” di gruppi diversi. E suggerisce che i datori di lavoro siano tra gli attori meglio posizionati per scalarlo, con formazione alla gestione del conflitto e occasioni strutturate di collaborazione tra persone con valori differenti.

Rammendare il “Noi”

L’insularità è sia un rifugio, che una trappola perché protegge nel breve termine, dà una sensazione di sicurezza, ma rende impossibile qualsiasi soluzione condivisa nel medio-lungo periodo. Il punto non è più solo convincere le persone che clima e giustizia sociale siano “temi urgenti”. Il punto è più radicale: ricostruire l’idea che una comunità esista davvero, e che dentro quella comunità il diverso non sia un nemico ma un pezzo della soluzione.

Proprio nella stagione in cui tutti chiedono “innovazione”, la vera innovazione necessaria è sociale. Un nuovo patto da fare nostro.

Micol Burighel

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