Nel primo anno di applicazione di CSRD ed ESRS, il report di sostenibilità entra sempre più nei processi aziendali delle società quotate italiane. Ma su alcuni aspetti strategici il passo resta ancora corto.
Il nuovo Rapporto Consob 2025 dice una cosa molto chiara: il report di sostenibilità non è più un documento accessorio per le società quotate italiane. Nel 2025 lo hanno pubblicato 136 imprese su 196 quotate su Euronext Milan, pari al 69,4% del totale e a circa il 97% della capitalizzazione di mercato. È il primo anno pieno di rendicontazione con la cornice della CSRD e degli standard ESRS, e il dato segnala che la sostenibilità è ormai entrata stabilmente nel linguaggio del mercato.
Ma il Rapporto dice anche altro, ed è la parte più interessante. Il report di sostenibilità cresce in diffusione e in struttura, però non tutte le aziende avanzano allo stesso modo. Le società che resteranno dentro il perimetro futuro della normativa europea mostrano processi più robusti, una governance più attrezzata e una maggiore integrazione dei fattori ESG nella strategia e nelle retribuzioni dei vertici. Dove il perimetro regolatorio si allenta, invece, la sostenibilità tende a restare presente, ma con una formalizzazione meno solida.
Che cosa dice il report di sostenibilità delle quotate italiane
La fotografia scattata da Consob si basa su un campione di 60 società quotate italiane, selezionate tra le 136 che nel 2025 hanno pubblicato la rendicontazione di sostenibilità. Il campione è diviso in modo paritario tra imprese in-scope, cioè destinate a restare soggette agli obblighi futuri, e imprese out-of-scope, che potrebbero uscirne dopo la revisione europea approvata il 24 febbraio 2026. La nuova disciplina UE ha infatti ristretto il perimetro alle imprese con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di ricavi netti, escludendo anche le PMI quotate.
Questo contesto conta molto, perché spiega una delle evidenze centrali del Rapporto: il report di sostenibilità non misura soltanto la trasparenza, ma anche il grado di maturazione organizzativa delle imprese. Le aziende che resteranno obbligate mostrano più spesso procedure interne dedicate alla rendicontazione, piani ESG o di sostenibilità e una maggiore integrazione dei fattori ESG nella strategia aziendale. In altri termini, la norma continua a funzionare come una spinta concreta alla strutturazione dei processi.
Perché il report di sostenibilità è più strutturato nelle società in-scope
Nel campione analizzato da Consob, il 50% delle società dichiara di avere adottato procedure e linee guida per predisporre la rendicontazione di sostenibilità, ma la quota sale al 56,7% tra le società in-scope. Anche i piani ESG o di sostenibilità risultano più diffusi tra le imprese che resteranno nel perimetro normativo: 73,3% contro 53,3%. È un dato che racconta bene un fenomeno spesso sottovalutato: quando la sostenibilità è agganciata a obblighi stabili, entra più facilmente nei sistemi interni, nei flussi informativi e nelle responsabilità di governance.
Questo non significa che le società out-of-scope ignorino il tema. Il Rapporto segnala anzi un approccio abbastanza allineato nell’individuazione dei temi rilevanti. Però emerge con chiarezza una differenza di profondità: nelle imprese più piccole e meno vincolate, il report di sostenibilità rischia più facilmente di fermarsi alla disclosure; in quelle che restano obbligate, tende invece a trasformarsi in un meccanismo di governo. È qui che la rendicontazione smette di essere un adempimento e diventa infrastruttura decisionale.
Doppia materialità: chi viene coinvolto davvero
Uno dei passaggi più rilevanti del Rapporto riguarda la doppia materialità, cioè la valutazione congiunta degli impatti dell’impresa su ambiente e società e degli effetti dei fattori ESG sulla performance aziendale. Il coinvolgimento degli stakeholder risulta ampio: riguarda l’80% del campione, con una presenza frequente di fornitori, dipendenti, clientela e comunità finanziaria. I fornitori sono gli stakeholder più citati, segnalati da 28 società, pari al 47% del campione.
Anche il consiglio di amministrazione non resta ai margini. Il Cda è stato coinvolto a valle dell’analisi di doppia materialità nel 93,3% dei casi, cioè in 56 società su 60. È un dato importante perché mostra come il report di sostenibilità stia risalendo la gerarchia aziendale: non più solo materia da specialisti o funzione CSR, ma terreno su cui si misurano anche il top management e gli organi di governo.
C’è però un elemento che invita alla prudenza. Solo 8 società su 60, pari al 13% del campione, hanno utilizzato la matrice di doppia materialità come forma di rappresentazione. Il processo quindi avanza, ma il linguaggio con cui viene restituito all’esterno è ancora poco uniforme. In altre parole, il report di sostenibilità sta entrando nelle stanze giuste, ma non sempre riesce ancora a parlare con una voce davvero chiara e confrontabile.
Report di sostenibilità e clima: tutti dichiarano il rischio, pochi hanno un piano
Sul piano dei contenuti, il dato più forte è questo: per tutte le 60 società analizzate il tema E1 – Cambiamenti climatici è materiale. Anche il tema sociale legato ai lavoratori dell’impresa risulta rilevante per tutte le società del campione. La consapevolezza, insomma, c’è. Il clima è ormai riconosciuto come questione centrale, non più periferica o reputazionale.
Altra cosa è passare dalla consapevolezza all’azione. Solo 8 società, pari al 13,3% del campione, dichiarano di avere già un piano di transizione climatica in essere; altre 10 prevedono di adottarlo. È questo il punto più scoperto del Rapporto Consob 2025: il report di sostenibilità cresce più rapidamente della trasformazione industriale che dovrebbe raccontare. La strada da percorrere è ancora lunga.
Ed è un passaggio cruciale anche dal punto di vista comunicativo. Perché quando il report racconta rischi, impatti e opportunità climatiche ma non riesce ancora a mostrare una traiettoria credibile di transizione, il rischio è che la rendicontazione appaia più evoluta della strategia, e quindi poco fondata. Non è una contraddizione marginale: è il punto in cui si misurerà la credibilità dei prossimi anni.
Il report di sostenibilità entra anche nelle retribuzioni dei vertici
Un altro indicatore di maturazione riguarda le politiche di remunerazione. Le società che hanno integrato fattori non finanziari nei compensi degli amministratori delegati sono 47 su 60, pari al 78,3% del totale. Tra le società in-scope la quota sale al 90%, mentre tra le out-of-scope si ferma al 66,7%. I criteri ESG compaiono più spesso nella remunerazione variabile di breve periodo, ma sono presenti anche in quella di lungo termine.
Questo passaggio merita attenzione perché segna uno spostamento culturale. Quando il report di sostenibilità incrocia le retribuzioni dei vertici, la sostenibilità smette di essere solo un racconto esterno e diventa una variabile interna di indirizzo. Resta naturalmente aperta la questione sulla qualità di questi obiettivi, cioè sul loro effettivo potere trasformativo. Ma il dato politico e manageriale è chiaro: gli ESG sono entrati nel perimetro degli incentivi, e dunque nel cuore delle priorità aziendali.
Una traiettoria che viene da lontano
Consob accompagna il Rapporto 2025 con un addendum che ricostruisce l’evoluzione dal 2018 al 2024. Il quadro storico mostra una crescita costante del coinvolgimento degli stakeholder, del ruolo del consiglio di amministrazione nell’analisi di materialità, dei comitati endoconsiliari di sostenibilità e della presenza di obiettivi ESG nei sistemi di remunerazione dei vertici. La rendicontazione, insomma, non ha solo aumentato il volume informativo: ha contribuito a modificare la governance delle quotate italiane.
Anche per questo la fase attuale va letta con attenzione. La semplificazione europea riduce gli oneri e restringe il perimetro degli obblighi, ma non cancella la domanda di trasparenza che arriva da investitori, filiere, sistema bancario e mercato. Pensare che l’uscita da un obbligo coincida con l’uscita dal radar della sostenibilità sarebbe un errore di prospettiva. La norma può alleggerirsi; la pressione degli stakeholder molto meno.