Quali politiche climatiche europee convincono l’Italia?

Politiche climatiche europee, cosa pensano i cittadini

I risultati del progetto europeo CAPABLE ci aiutano a capire quali misure ambientali raccolgono maggiore consenso e dove si concentrano le resistenze. Una bussola preziosa per rendere la transizione non solo tecnicamente efficace, ma anche socialmente condivisa.

Che cosa siamo davvero disposti ad accettare per affrontare la crisi climatica? A questa domanda cerca di rispondere il progetto CAPABLE (ClimAte policy acceptaBiLity economic framework), finanziato da Horizon Europe, che ha coinvolto oltre 19.000 persone in 13 Paesi UE, tra cui l’Italia, per valutare il livello di accettabilità sociale delle principali politiche in discussione a Bruxelles.

La buona notizia è che la maggior parte dei cittadini italiani non rifiuta in blocco l’idea di una transizione ecologica, anzi. Ma il consenso non è uniforme, né garantito. Si costruisce, si conquista, e si può anche perdere. Non tutte le misure sono viste allo stesso modo, e la disponibilità al cambiamento dipende da fattori che hanno più a che fare con la giustizia percepita e l’impatto concreto sulla vita quotidiana che con l’urgenza climatica in sé. Non possiamo stupirci di questo.

Dove il consenso sulle politiche climatiche è più forte

Tra le 15 misure analizzate nel sondaggio, alcune ottengono in Italia un appoggio particolarmente robusto:

  • 75% di favorevoli al Fondo ferroviario europeo, il dato più alto tra i Paesi coinvolti. Un segnale chiaro dell’interesse per una mobilità pubblica più efficiente, competitiva e accessibile.
  • 64% approva il divieto dei jet privati, misura simbolicamente potente e percepita come strumento di riequilibrio: colpisce un consumo elitario, senza incidere sulle abitudini quotidiane della maggioranza.
  • 51% sostiene l’obbligo di isolamento termico degli edifici residenziali, una misura che unisce sostenibilità, risparmio energetico e benefici economici (soprattutto se accompagnata da sostegni per le famiglie a basso reddito).
  • Tra il 48% e il 52% appoggia strumenti di mercato come l’ETS (sistema europeo di scambio delle emissioni) applicato a trasporti, riscaldamento e agricoltura.
  • 56% favorevole al divieto di pubblicità per i combustibili fossili, sopra la media europea.

Queste misure hanno in comune una caratteristica fondamentale: migliorano la qualità della vita o agiscono su simboli di privilegio e iniquità. Sono proposte che coniugano impatto ambientale e valore sociale.

Dove, invece, il consenso si spezza

Molto meno popolari risultano le misure percepite come punitive o economicamente penalizzanti:

  • Solo il 27% degli italiani è favorevole a una tassa sulla carne bovina.
  • 28% appoggia una tassa sui voli passeggeri.
  • Il divieto di vendita di auto a combustione dal 2035 convince solo il 34%, ma il sostegno sale al 44% se accompagnato da incentivi e alternative accessibili.

Il messaggio è inequivocabile: le politiche che impattano direttamente sul portafoglio o sui comportamenti consolidati generano resistenza, a meno che non siano bilanciate da strumenti di accompagnamento o da vantaggi evidenti. I cittadini non rifiutano la transizione in sé, ma rifiutano di portarne tutto il peso senza equità o compensazioni.

Cosa ci insegnano questi dati

La prima lezione è chiara: la transizione ecologica ha bisogno di consenso sociale per essere efficace. I cittadini non sono ostili alle politiche climatiche, ma chiedono che siano:

  • Eque: chi ha di più deve contribuire di più.
  • Concrete: i benefici devono essere visibili, tangibili, accessibili.
  • Proporzionate: il cambiamento non può essere percepito come un sacrificio imposto dall’alto.

La seconda lezione riguarda il linguaggio e la comunicazione: non basta “dire la verità” sulla crisi climatica. Serve un racconto coerente, trasparente e centrato sulle condizioni materiali delle persone, che sappia far emergere vantaggi e benefici che già esistono.

Infine, c’è un nodo culturale da affrontare: non tutte le abitudini sono intoccabili, ma nemmeno tutte le resistenze sono irrazionali. Una transizione equa non pretende adesione incondizionata, ma costruisce fiducia passo dopo passo.

Da dove partire per costruire il consenso

I dati raccolti da CAPABLE indicano una rotta possibile, fatta di priorità condivise e leve di cambiamento che possono fare la differenza. Per rafforzare il consenso, servono:

  • Investimenti in trasporto pubblico, energia rinnovabile, efficienza energetica degli edifici.
  • Misure simboliche di giustizia climatica (stop ai jet privati, divieto di pubblicità fossile).
  • Sostegni mirati e misure redistributive, soprattutto nei settori dove i cambiamenti incidono di più sulla vita quotidiana.
  • Strumenti partecipativi, per coinvolgere i cittadini nella definizione delle priorità e delle modalità di intervento.

Il clima ha bisogno di consenso, non solo di target

I numeri ci dicono che la transizione ecologica è ancora un cantiere aperto anche sul fronte del consenso. Ma mostrano anche che un altro racconto climatico è possibile, fondato su benefici concreti, visione collettiva e giustizia sociale.

Per far avanzare la transizione, non serve forzare la mano. Serve progettare meglio, comunicare con più intelligenza e ascoltare senza pregiudizi. Perché la sfida climatica non si vince solo con le tecnologie o le direttive europee: si vince portando a bordo le persone.

Micol Burighel

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