Reporting e stakeholder: a chi stiamo parlando davvero?

Reporting e stakeholder, a chi stiamo parlando

Oltre gli adempimenti: come usare il reporting per dialogare con chi conta davvero. Suggerimenti per rendere la parte quantitativa del reporting più chiara e utile anche per gli stakeholder non tecnici.

Negli ultimi anni il reporting di sostenibilità si è riempito di standard, indicatori, tabelle, perimetri, note metodologiche. Un passaggio necessario, certo, che dà solidità e comparabilità ai documenti di rendicontazione. Ma c’è una domanda che le imprese dovrebbero farsi più spesso mentre costruiscono i propri report: chi riuscirà davvero a capire quello che stiamo raccontando?

Perché un conto è produrre un documento formalmente corretto. Un altro è costruire uno strumento che sappia orientare, chiarire, creare fiducia. E qui si apre un punto decisivo: il reporting non parla solo a revisori, advisor, agenzie di rating o funzioni specialistiche. Parla anche a dipendenti, clienti, fornitori, territori, partner, comunità locali. In molti casi, proprio agli stakeholder che un’azienda dichiara di voler coinvolgere e ascoltare.

Alcuni equivoci da sciogliere

Il primo equivoco da superare è questo: pensare che “più dati” significhi automaticamente “più trasparenza”. Non sempre è così, anzi, a volte il risultato può essere dispersivo. Quando la parte quantitativa è troppo densa, poco contestualizzata o scritta soltanto in linguaggio tecnico, il rischio è che il report diventi leggibile solo per chi è già dentro il tema. E che per tutti gli altri resti sullo sfondo: formalmente disponibile, ma di fatto poco accessibile.

Il quadro normativo: ESRS e VSME vanno letti anche in chiave relazionale

Entra in gioco anche la normativa. Oggi le imprese soggette alla CSRD devono rendicontare secondo gli ESRS, gli European Sustainability Reporting Standards adottati dalla Commissione europea. Gli ESRS servono a specificare quali informazioni di sostenibilità devono essere comunicate e si basano sul principio della doppia materialità, cioè sugli impatti dell’impresa su ambiente e società e, allo stesso tempo, sui rischi e le opportunità che questi temi generano per l’impresa.

Accanto a questo impianto, per le imprese più piccole o comunque non ancora obbligate a rendicontare, sta assumendo rilievo il VSME, lo standard volontario sviluppato da EFRAG nato per le PMI non quotate. La Commissione europea lo ha assunto come riferimento in una raccomandazione del luglio 2025, proprio con l’obiettivo di alleggerire il carico informativo e aiutare le PMI a rispondere alle richieste di dati di sostenibilità provenienti da clienti, banche e grandi imprese di filiera.

Questo passaggio è importante anche dal punto di vista comunicativo: ESRS e VSME non chiedono solo di raccogliere dati, ma obbligano o spingono le imprese a chiarire ciò che è davvero rilevante. E quindi, indirettamente, anche a spiegarsi meglio.

Come rendere la parte quantitativa più utile

Un secondo errore frequente è presentare i numeri come se bastassero da soli. Ma i numeri, da soli, non parlano. Hanno bisogno di essere accompagnati. Se un’azienda dice di aver ridotto le emissioni del 12%, la domanda che molti stakeholder si faranno è molto semplice: 12% rispetto a cosa? In quanto tempo? Grazie a quali azioni? È un risultato stabile o episodico? Se aumenta la quota di donne in posizioni di responsabilità, o calano gli infortuni, o cresce la formazione erogata, il punto non è soltanto esporre il dato: è renderlo interpretabile.

Qui il reporting può fare un salto di qualità importante. Non limitarsi a mostrare performance, ma aiutare a leggerle. Spiegare cosa conta davvero, dove ci sono progressi, dove invece restano criticità, quali obiettivi sono realistici e quali no. In altre parole: trasformare una sequenza di KPI in un racconto credibile, solido, utile.

Alcuni consigli concreti

Per riuscirci, ci sono almeno quattro accorgimenti pratici.

  • Primo: selezionare alcuni numeri guida. I dati sono molti, ma non tutti hanno lo stesso peso. Evidenziare quelli davvero centrali aiuta il lettore a orientarsi.
  • Secondo: mettere sempre i numeri in relazione. Un valore assoluto, senza confronto, dice poco. Serie storiche, variazioni anno su anno, distanza dai target e benchmark interni ed esterni rendono il dato più leggibile.
  • Terzo: tradurre il tecnicismo senza impoverirlo. Non vuol dire banalizzare, ma spiegare meglio. Una tabella può essere impeccabile e restare comunque opaca.
  • Quarto: collegare i numeri alle decisioni. Gli stakeholder non cercano solo KPI. Cercano segnali di serietà: vogliono capire se quei dati orientano davvero investimenti, processi, governance e priorità.

La domanda finale: obbligo o dialogo?

In fondo, la domanda vera è qui: stiamo scrivendo per essere conformi alle normative o per farci capire? La differenza si gioca tutta nella leggibilità.

Un report davvero utile rende chiaro ciò che conta. Anche perché la trasparenza, oggi, non si misura solo nella quantità di informazioni pubblicate. Si misura nella capacità di renderle comprensibili, comparabili e rilevanti per chi le deve usare.

Ed è forse questo il punto da tenere a mente: il reporting non serve solo a rendicontare il passato, ma a costruire una conversazione più solida con gli stakeholder del presente. Se i numeri restano chiusi dentro un linguaggio per pochi, quella conversazione non parte nemmeno. Se invece diventano più chiari, più contestualizzati, più utili, allora il report smette di essere un adempimento e comincia a fare davvero il suo lavoro.

Giulia Devani

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