Perché la crisi climatica fa sempre meno notizia?

Crisi climatica e media, giornali

Nel 2025 la copertura mediatica globale sulla crisi climatica è calata del 14% rispetto al 2024 ed è scesa del 38% rispetto al picco del 2021. Nel mentre, le redazioni si assottigliano…

I numeri descrivono una tendenza difficile da ignorare. Secondo il nuovo rapporto del Media and Climate Change Observatory (MeCCO), nel 2025 la copertura mediatica globale di temi legati a crisi climatica e riscaldamento globale è diminuita del 14% rispetto al 2024 ed è risultata inferiore del 38% rispetto al massimo raggiunto nel 2021. Non solo: il 2025 si colloca appena al decimo posto negli ultimi 22 anni monitorati dal team MeCCO. Un arretramento che colpisce proprio mentre il clima continua a incidere sempre più direttamente su economia, territori, salute pubblica e politica.

Dove il calo è più evidente

Il rapporto segnala una diminuzione in tutte le regioni del mondo rispetto al 2024, ma con un’intensità maggiore nella stampa di Africa, Medio Oriente, Nord America ed Europa. Un altro dato significativo è che nel 2025 non è stato battuto alcun record mensile di copertura in nessuna regione, con la sola eccezione dei giornali asiatici nel mese di gennaio. A dicembre, in particolare, i livelli di attenzione in Europa e Nord America sono tornati a soglie che non si vedevano rispettivamente dal 2016 e dal 2018. Tutto questo mentre, ricorda il MeCCO, gli ultimi anni sono stati i più caldi da quando esistono rilevazioni moderne.

Perché il clima perde spazio nell’agenda dei media

Il rapporto MeCCO colloca questo calo dentro un ecosistema informativo sempre più affollato, competitivo e rumoroso, in cui l’attenzione viene catturata da crisi politiche, guerre, polarizzazione e contenuti progettati per generare reazioni immediate. Non a caso richiama parole diventate centrali nel 2025 come “rage bait” e “slop” (brodaglia), che descrivono bene un ambiente dominato da provocazione, bassa qualità e produzione massiva di contenuti, spesso anche con il supporto dell’intelligenza artificiale. In questo scenario, il clima paga un prezzo alto: è un tema strutturale, complesso, interconnesso, trasversale, poco adatto alla logica del contenuto usa-e-getta.

Che cosa sta succedendo nelle redazioni

Il calo di attenzione non riguarda solo le notizie pubblicate, ma anche la capacità delle redazioni di presidiare questi temi nel tempo. A febbraio il Washington Post ha avviato una ristrutturazione pesante che, secondo Reuters, ha colpito un terzo dei dipendenti e interessato tutti i dipartimenti del giornale. Diverse ricostruzioni di settore indicano che i tagli hanno indebolito anche la copertura su clima e ambiente, proprio in una testata che negli ultimi anni aveva investito molto su quel fronte. Simile il destino delle giornaliste e dei giornalisti specializzati in ambiente e clima da CBS News, licenziati lo scorso ottobre. È un passaggio che pesa non solo per il destino di una singola redazione, ma per il segnale che manda a tutto il sistema dell’informazione: i temi più lunghi, complessi e strutturali rischiano di essere i primi a perdere spazio quando il modello economico entra in crisi.

Difficile non ripensare a una situazione speculare di qualche mese fa, ossia ai tagli e allo smantellamento di tutte le strutture dedicate allo studio e analisi del clima negli Stati Uniti, voluti dal Presidente Trump all’inizio del suo secondo mandato.

E in Italia che cosa succede

Il quadro italiano non è più rassicurante. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio di Pavia realizzato per Greenpeace Italia, tra il 2022 e il 2025 le notizie con un focus centrale sulla crisi climatica sono diminuite del 26,1% nei quotidiani e del 52,9% nei telegiornali. Nel 2025 i cinque principali quotidiani nazionali hanno pubblicato mediamente meno di due articoli al giorno con un riferimento esplicito alla crisi climatica, mentre i sette principali TG nazionali hanno trasmesso meno di una notizia ogni cinque giorni. E nella maggior parte dei casi il clima compare in modo marginale, come cornice secondaria o semplice citazione.

Perché questa riduzione è un problema pubblico

Quando la crisi climatica arretra nell’informazione, non sparisce solo un argomento: si indebolisce la capacità di collegare eventi estremi, transizione energetica, scelte industriali, responsabilità delle fonti fossili e impatti sociali. Lo stesso rapporto dell’Osservatorio di Pavia mostra che, pur essendo presente nel 45,9% degli articoli analizzati, la transizione ecologica nel 77,2% dei casi non viene contestualizzata dentro lo scenario della crisi climatica. È un’informazione a compartimenti stagni: si parla di transizione senza spiegare abbastanza perché serve, e si parla di impatti senza nominare con sufficiente chiarezza le cause.

Che cosa ci dice davvero questo scarto

La contraddizione, in fondo, è qui: la crisi climatica avanza nella realtà mentre arretra nell’agenda mediatica. Eppure è proprio nei momenti in cui un fenomeno diventa sistemico che servirebbe più contesto, non meno. Più continuità, non solo picchi di attenzione durante l’emergenza. Più giornalismo capace di tenere insieme scienza, economia, energia, territori e disuguaglianze.

Micol Burighel

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