Le crisi geopolitiche riportano l’energia al centro della scena. Ma se le rinnovabili sono la risposta più credibile, il banco di prova resta locale: senza consenso, pianificazione e flessibilità, la transizione rischia di fermarsi proprio dove dovrebbe prendere forma.
Le tensioni internazionali delle ultime settimane hanno riportato l’energia al centro del dibattito pubblico, ma con un lessico diverso rispetto a quello a cui ci eravamo abituati. Non parliamo più soltanto di clima, decarbonizzazione o competitività industriale. Parliamo di sicurezza, resilienza, vulnerabilità strategica. La crisi nello Stretto di Hormuz, che ha quasi paralizzato i traffici in un corridoio da cui passa circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas, è l’ennesima dimostrazione di quanto la dipendenza dalle fonti fossili resti una fragilità geopolitica prima ancora che ambientale. In questo quadro, l’autonomia energetica smette di essere solo una leva economica e diventa una questione di tenuta politica e sociale.
L’Europa cambia approccio
Non è un caso che il 10 marzo la Commissione europea abbia presentato un pacchetto dedicato a energia e cittadini, insieme a una nuova strategia per gli investimenti nell’energia pulita e a un’iniziativa sui piccoli reattori modulari. Il messaggio politico è chiaro: investire in energia pulita prodotta in Europa è considerato oggi la soluzione più affidabile per ridurre i prezzi, rafforzare la resilienza e limitare le dipendenze esterne. Il pacchetto punta anche a sostenere i consumatori più vulnerabili, in un contesto in cui la stessa Commissione ricorda che nel 2024 quasi il 10% dei cittadini europei non è riuscito a riscaldare adeguatamente la propria casa. Sul fronte degli investimenti, la Banca Europea per gli Investimenti prevede oltre 75 miliardi di euro di finanziamenti nei prossimi tre anni per accompagnare la transizione.
Le rinnovabili non sono più una scommessa
Nel frattempo, il resto del mondo accelera. Secondo IRENA, nel 2024 la capacità rinnovabile globale è aumentata di 585 GW, pari al 92,5% di tutta la nuova potenza elettrica installata, portando il totale mondiale a 4.448 GW. In Europa, il 2025 ha segnato un passaggio simbolico ma molto concreto: per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità dei combustibili fossili, con una quota del 30% contro il 29%. Il tema diventa così quanto rapidamente riusciamo a integrare le rinnovabili nei sistemi energetici reali.
Il paradosso italiano
Ed è qui che l’Italia mostra tutte le sue contraddizioni. Nel 2025 la nuova capacità rinnovabile installata è cresciuta di 7.191 MW e le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica nazionale. Numeri non irrilevanti, soprattutto se confrontati con gli anni in cui il settore sembrava quasi fermo. Ma il passo non basta ancora. Secondo Legambiente, a gennaio 2026 il 69,3% dei 1.781 progetti in valutazione risultava ancora in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica, mentre negli anni l’associazione ha mappato 108 casi di blocco alle rinnovabili. Il problema, insomma, non è l’assenza di tecnologie o di interesse industriale: è la difficoltà di trasformare gli obiettivi in cantieri e i cantieri in infrastrutture operative.
La partita si gioca nell’accettabilità dei territori
Ridurre tutto a una guerra tra favorevoli e contrari, però, sarebbe un errore. La questione centrale è un’altra: la transizione energetica si gioca sull’accettabilità sociale e sul consenso locale. Gli impianti toccano paesaggio, agricoltura, identità dei luoghi, distribuzione dei benefici, fiducia nelle istituzioni. Quando i territori percepiscono i progetti come qualcosa di calato dall’alto, raccontato male o deciso altrove, la contestazione diventa quasi inevitabile. Anche per questo il report 2026 di Legambiente insiste non solo sui blocchi, ma anche sulle buone pratiche: il punto non è scegliere tra rinnovabili e territori, ma capire come costruire processi più credibili, più trasparenti e più partecipati.
Senza flessibilità non c’è autonomia
C’è poi un altro passaggio decisivo, spesso lasciato sullo sfondo: l’autonomia energetica non coincide automaticamente con l’aumento della capacità rinnovabile. Senza reti adeguate, accumuli e strumenti di flessibilità, il sistema rischia di incepparsi. Terna indica che entro il 2030 serviranno 71,5 GWh di nuova capacità di accumulo per integrare efficacemente le rinnovabili, mentre la stessa Commissione europea lega la sicurezza energetica non solo alla produzione pulita, ma anche a infrastrutture moderne, efficienza e capacità di mobilitare investimenti. In altre parole, la transizione non si gioca solo sul numero di pannelli o turbine installati, ma sulla qualità del sistema che costruiamo intorno a questi impianti.
Una priorità strategica che va resa praticabile
La verità è che oggi le rinnovabili sono insieme una risposta climatica, industriale e geopolitica. Ma proprio per questo non possono più essere trattate come un dossier tecnico. Se l’autonomia energetica è una priorità strategica, allora il lavoro più delicato va fatto nei territori: nella pianificazione, nel coinvolgimento delle comunità, nella chiarezza delle regole, nella capacità di distribuire benefici e non solo impatti. Altrimenti continueremo a invocare indipendenza e resilienza, restando però impigliati nelle vecchie dipendenze.
Emilio Conti
Geopolitica dell’energia e rinnovabili: la partita decisiva si apre nei territori
Le crisi geopolitiche riportano l’energia al centro della scena. Ma se le rinnovabili sono la risposta più credibile, il banco di prova resta locale: senza consenso, pianificazione e flessibilità, la transizione rischia di fermarsi proprio dove dovrebbe prendere forma.
Le tensioni internazionali delle ultime settimane hanno riportato l’energia al centro del dibattito pubblico, ma con un lessico diverso rispetto a quello a cui ci eravamo abituati. Non parliamo più soltanto di clima, decarbonizzazione o competitività industriale. Parliamo di sicurezza, resilienza, vulnerabilità strategica. La crisi nello Stretto di Hormuz, che ha quasi paralizzato i traffici in un corridoio da cui passa circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas, è l’ennesima dimostrazione di quanto la dipendenza dalle fonti fossili resti una fragilità geopolitica prima ancora che ambientale. In questo quadro, l’autonomia energetica smette di essere solo una leva economica e diventa una questione di tenuta politica e sociale.
L’Europa cambia approccio
Non è un caso che il 10 marzo la Commissione europea abbia presentato un pacchetto dedicato a energia e cittadini, insieme a una nuova strategia per gli investimenti nell’energia pulita e a un’iniziativa sui piccoli reattori modulari. Il messaggio politico è chiaro: investire in energia pulita prodotta in Europa è considerato oggi la soluzione più affidabile per ridurre i prezzi, rafforzare la resilienza e limitare le dipendenze esterne. Il pacchetto punta anche a sostenere i consumatori più vulnerabili, in un contesto in cui la stessa Commissione ricorda che nel 2024 quasi il 10% dei cittadini europei non è riuscito a riscaldare adeguatamente la propria casa. Sul fronte degli investimenti, la Banca Europea per gli Investimenti prevede oltre 75 miliardi di euro di finanziamenti nei prossimi tre anni per accompagnare la transizione.
Le rinnovabili non sono più una scommessa
Nel frattempo, il resto del mondo accelera. Secondo IRENA, nel 2024 la capacità rinnovabile globale è aumentata di 585 GW, pari al 92,5% di tutta la nuova potenza elettrica installata, portando il totale mondiale a 4.448 GW. In Europa, il 2025 ha segnato un passaggio simbolico ma molto concreto: per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità dei combustibili fossili, con una quota del 30% contro il 29%. Il tema diventa così quanto rapidamente riusciamo a integrare le rinnovabili nei sistemi energetici reali.
Il paradosso italiano
Ed è qui che l’Italia mostra tutte le sue contraddizioni. Nel 2025 la nuova capacità rinnovabile installata è cresciuta di 7.191 MW e le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica nazionale. Numeri non irrilevanti, soprattutto se confrontati con gli anni in cui il settore sembrava quasi fermo. Ma il passo non basta ancora. Secondo Legambiente, a gennaio 2026 il 69,3% dei 1.781 progetti in valutazione risultava ancora in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica, mentre negli anni l’associazione ha mappato 108 casi di blocco alle rinnovabili. Il problema, insomma, non è l’assenza di tecnologie o di interesse industriale: è la difficoltà di trasformare gli obiettivi in cantieri e i cantieri in infrastrutture operative.
La partita si gioca nell’accettabilità dei territori
Ridurre tutto a una guerra tra favorevoli e contrari, però, sarebbe un errore. La questione centrale è un’altra: la transizione energetica si gioca sull’accettabilità sociale e sul consenso locale. Gli impianti toccano paesaggio, agricoltura, identità dei luoghi, distribuzione dei benefici, fiducia nelle istituzioni. Quando i territori percepiscono i progetti come qualcosa di calato dall’alto, raccontato male o deciso altrove, la contestazione diventa quasi inevitabile. Anche per questo il report 2026 di Legambiente insiste non solo sui blocchi, ma anche sulle buone pratiche: il punto non è scegliere tra rinnovabili e territori, ma capire come costruire processi più credibili, più trasparenti e più partecipati.
Senza flessibilità non c’è autonomia
C’è poi un altro passaggio decisivo, spesso lasciato sullo sfondo: l’autonomia energetica non coincide automaticamente con l’aumento della capacità rinnovabile. Senza reti adeguate, accumuli e strumenti di flessibilità, il sistema rischia di incepparsi. Terna indica che entro il 2030 serviranno 71,5 GWh di nuova capacità di accumulo per integrare efficacemente le rinnovabili, mentre la stessa Commissione europea lega la sicurezza energetica non solo alla produzione pulita, ma anche a infrastrutture moderne, efficienza e capacità di mobilitare investimenti. In altre parole, la transizione non si gioca solo sul numero di pannelli o turbine installati, ma sulla qualità del sistema che costruiamo intorno a questi impianti.
Una priorità strategica che va resa praticabile
La verità è che oggi le rinnovabili sono insieme una risposta climatica, industriale e geopolitica. Ma proprio per questo non possono più essere trattate come un dossier tecnico. Se l’autonomia energetica è una priorità strategica, allora il lavoro più delicato va fatto nei territori: nella pianificazione, nel coinvolgimento delle comunità, nella chiarezza delle regole, nella capacità di distribuire benefici e non solo impatti. Altrimenti continueremo a invocare indipendenza e resilienza, restando però impigliati nelle vecchie dipendenze.
Emilio Conti
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