Secondo l’ultimo report che guarda agli SDGs migliorano alcuni obiettivi, ma restano ritardi su clima, biodiversità e disuguaglianze. Le simulazioni mostrano che i target non sono fuori portata, ma richiedono politiche integrate e più coerenza nell’attuazione.
I progressi dell’Europa verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile continuano, ma non alla velocità necessaria per rispettare la scadenza del 2030. È questa la sintesi dell’Europe Sustainable Development Report 2026, pubblicato dal Sustainable Development Solutions Network (SDSN), che fotografa attraverso l’SDG Index 2026 un continente ancora avanzato nel confronto internazionale ma segnato da rallentamenti, stagnazioni e in alcuni casi inversioni di tendenza. Oggi nessun Paese europeo ha raggiunto, o è sulla traiettoria per raggiungere, tutti i 17 SDGs.
L’edizione 2026 è la settima dedicata all’Europa e copre 41 Paesi: Stati membri Ue, Paesi candidati, Paesi EFTA e Regno Unito. L’SDG Index si basa su 115 indicatori armonizzati, di cui 108 consentono di valutare l’andamento nel tempo.
Nord Europa in testa, ma nessuno è davvero “arrivato”
In cima alla classifica europea si confermano Finlandia, Svezia e Danimarca. L’Italia si colloca al 17° posto su 35 Paesi classificati, con un punteggio di 72,1. Non è un dato basso, ma colloca il Paese nella fascia centrale della classifica europea: il punteggio complessivo, infatti, misura il progresso totale verso i 17 Obiettivi e può essere letto come una percentuale di avanzamento rispetto al loro pieno raggiungimento.
Ma il punto più interessante del report non è tanto chi sta davanti, quanto il fatto che anche i Paesi migliori mostrano criticità importanti. Tutti i Paesi europei affrontano almeno due “sfide principali”, e le difficoltà si concentrano soprattutto su azione climatica, biodiversità, consumo e produzione responsabili e agricoltura sostenibile. I Paesi candidati all’ingresso nell’UE, inoltre, restano mediamente 11,4 punti sotto la media Ue, a conferma di una convergenza ancora lenta.
Clima, biodiversità e agricoltura restano i principali nodi aperti intorno agli SDGs
Il report conferma che proprio sugli Obiettivi più legati alla trasformazione dei sistemi produttivi e territoriali l’Europa continua a fare più fatica. Le difficoltà maggiori riguardano l’SDG 13 sul clima, gli SDGs 14 e 15 sulla biodiversità e gli ecosistemi, l’SDG 12 su consumo e produzione responsabili e l’SDG 2 sull’agricoltura sostenibile. Al contrario, i risultati medi migliori si registrano sugli Obiettivi legati a povertà, salute e accesso ad acqua e servizi igienico-sanitari. Il quadro, quindi, resta sbilanciato: più solidità sugli indicatori sociali di base, più lentezza dove servono cambiamenti strutturali nei modelli economici ed energetici.
Il principio del “Leave no one behind” è ancora lontano
Uno degli elementi più rilevanti dell’edizione 2026 riguarda il Leave-No-One-Behind Index, costruito su 35 indicatori e pensato per misurare quanto i progressi siano distribuiti in modo equo. In questa classifica guida la Norvegia, seguita da Islanda e Finlandia. L’Italia si colloca al 25° posto con un punteggio di 71,7. Il report segnala inoltre un aumento della deprivazione materiale in diversi Paesi, compresi alcuni ad alte performance come Finlandia, Svezia e Germania. In media, nell’Ue il miglioramento sulla deprivazione materiale si è fermato dopo il 2021. Buoni risultati medi non coincidono automaticamente con benessere diffuso.
Nuovi indicatori per leggere meglio la qualità della transizione
Per questa edizione SDSN ha introdotto quattro nuovi indicatori: servizi online di e-government, disuguaglianza nella soddisfazione di vita, esposizione ai problemi ambientali in base al reddito e fiducia nel governo nazionale. L’obiettivo è affinare la lettura della transizione, includendo non solo gli esiti economici e ambientali, ma anche la dimensione della fiducia e delle disuguaglianze percepite. È un’aggiunta coerente con l’idea che lo sviluppo sostenibile non si misuri solo sui risultati aggregati, ma anche sulla loro distribuzione sociale e sulla capacità delle istituzioni di accompagnare il cambiamento.
Fiducia istituzionale e priorità politiche in calo
Il report dedica attenzione anche al contesto politico. In Francia, Germania e Regno Unito, nel 2025 meno del 40% delle persone dichiarava di avere fiducia nel proprio governo. SDSN osserva inoltre che la priorità politica attribuita agli SDGs si sta indebolendo a livello europeo: nei programmi di lavoro della Commissione europea, i riferimenti espliciti agli SDGs e all’Agenda 2030 sono sostanzialmente scomparsi. È un dato che non riguarda solo il linguaggio istituzionale: per il report, un minor presidio politico degli Obiettivi rischia di rendere più difficile l’attuazione di riforme strutturali e coordinate.
Non conta solo ciò che accade dentro i confini europei
Un altro aspetto sottolineato dal report riguarda gli impatti esterni dell’economia europea. Secondo l’International Spillover Index, oltre il 40% delle emissioni di gas serra dell’Unione europea viene generato all’estero attraverso il commercio. Questo significa che la decarbonizzazione interna, da sola, non basta a descrivere la reale impronta del continente. La sostenibilità europea passa anche dalla capacità di intervenire sulle filiere, sulle importazioni e sugli impatti “spostati” fuori dai propri confini.
Gli scenari al 2050 mostrano che i margini esistono
Accanto alla fotografia attuale, il report sugli SDGs propone anche un’analisi prospettica basata sui Piani nazionali energia e clima di 35 Paesi europei. In uno scenario senza nuovi interventi, le emissioni agricole restano stagnanti, quelle energetiche calano solo marginalmente, l’espansione delle rinnovabili rimane limitata e il Sud Europa continua a soffrire di stress idrico persistente. In uno scenario di piena attuazione dei Piani nazionali per l’energia e il clima (NECP), invece, si registrano forti riduzioni delle emissioni e una più alta penetrazione di rinnovabili e idrogeno, ma emergono anche criticità come l’aumento delle importazioni nette di elettricità e la sottoutilizzazione della capacità biofuel.
La vera sfida è integrare le politiche
La conclusione del report è che i target non sono fuori portata in senso tecnico, ma richiedono un cambio di passo nella governance. Rallentano il percorso le politiche frammentate tra energia, agricoltura, uso del suolo e acqua, e le strategie finanziarie ancora poco chiare. Solo un approccio sistemico, con obiettivi condivisi, strumenti coerenti e capacità di coordinamento tra livelli diversi di governo, può avvicinare davvero l’Europa ai traguardi del 2030.