Agrivoltaico, le linee guida ISPRA aiutano. Ma il nodo vero resta il territorio

Campo di agrivoltaico

Le nuove indicazioni tecniche aiutano a rendere più solidi gli Studi di Impatto Ambientale. Ma la vera partita della transizione si gioca ancora nella qualità delle decisioni pubbliche e nella relazione con i territori.

 

Le nuove linee guida ISPRA e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente sugli Studi di Impatto Ambientale (SIA) per fotovoltaico e agrivoltaico arrivano su un punto critico e molto concreto. In questi anni, una parte rilevante dei ritardi autorizzativi è dipesa anche da documentazioni carenti, disomogenee, poco leggibili. ISPRA lo scrive con chiarezza: servono SIA meglio costruiti, più completi e più uniformi, così da ridurre richieste di integrazione, modifiche successive e tempi morti. Anche se a prima vista sembra trattarsi di un passaggio molto tecnico, in realtà queste nuove linee guida sono un tentativo di rimettere ordine in uno dei passaggi più fragili del permitting italiano.

Che cosa cambia davvero con le linee guida

Il documento entra nel merito delle componenti ambientali da analizzare e chiede un’impostazione meno formale e più sostanziale. Biodiversità, suolo, acque, clima, paesaggio, rumore, vibrazioni, campi elettromagnetici: ogni fattore va descritto con dati, indicatori, misure di mitigazione e monitoraggi. Inoltre il SIA deve allargare lo sguardo all’area vasta, considerare gli impatti cumulativi con altri impianti o progetti esistenti e valutare le alternative progettuali. In altre parole, il progetto non può più limitarsi a spiegare sé stesso. Deve spiegare perché è lì, in quel territorio, perché ha determinate caratteristiche e perché sarebbe preferibile ad altre opzioni.

Per l’agrivoltaico il messaggio è ancora più netto. Non basta evocare la convivenza tra energia e agricoltura, bisogna dimostrarla. Le linee guida chiedono un piano colturale costruito con approccio integrato, capace di garantire continuità produttiva agricola e coerenza con la vocazione del sito. Indicano anche alcuni riferimenti precisi: almeno il 70% della superficie interessata deve restare destinato all’attività agricola e la copertura dei moduli non deve superare il 40%. A questo si aggiungono il fascicolo aziendale, il piano colturale grafico (ossia la rappresentazione grafica, sul territorio, delle colture praticate, basata su strumenti satellitari) e una relazione agronomica firmata da un professionista competente o da un CAA – Centro Autorizzato di Assistenza Agricola.

Il problema politico dietro il problema tecnico

Se queste nuove linee guida cercano di migliorare i contenuti degli studi ambientali, bisogna dire che non risolvono alcune problematiche politico-territoriali.

La transizione energetica si blocca o si rallenta in maniera significativa quando si prova a risolvere tutto dentro il fascicolo autorizzativo, scaricando sul procedimento ciò che dovrebbe essere affrontato prima: pianificazione credibile, criteri localizzativi chiari, assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, confronto serio con i territori. Le stesse linee guida ricordano che il quadro delle aree idonee è ancora in movimento e richiedono di inquadrare i progetti dentro la normativa nazionale e regionale di riferimento. Questo conferma una verità spesso rimossa: il permitting non si inceppa solo perché mancano i documenti giusti, ma anche perché troppo spesso manca un contesto decisionale stabile e comprensibile.

Perché il territorio resta il vero banco di prova

Chi lavora sui territori lo vede bene. Il conflitto nasce quando una comunità percepisce di dover subire un progetto che non conosce, oppure che le viene raccontato solo quando ormai è già tutto deciso.

Sull’agrivoltaico questo rischio è ancora più evidente, perché il tema tocca insieme paesaggio, agricoltura, economia locale e identità dei luoghi. Perciò spiegare bene che cosa sia davvero un impianto agrivoltaico non è un esercizio accessorio di comunicazione. Fa parte della qualità del progetto. Bisogna infatti chiarire che non si può parlare di sottrazione di suolo agricolo, ma di un modello che mantiene una funzione agricola reale, monitorata e verificabile. Bisogna dire quali colture sono compatibili, come si tutela la fertilità del suolo, come si gestiscono acqua e biodiversità, e perché in molti casi abbia più senso partire da aree già compromesse  o contesti degradati. Le linee guida ISPRA insistono proprio su questo approccio e invitano anche a prestare particolare attenzione alle aree con produzioni di pregio. Senza contare che in alcune regioni le colture esistenti (a volte molto povere) possono essere sostituite con altre molto più redditizie per gli stessi agricoltori

Prima del cantiere viene la fiducia

La novità delle linee guida ISPRA è utile e va accolta per quello che è: uno strumento serio per alzare la qualità tecnica dei progetti e rendere meno opaco il percorso valutativo. Ma sarebbe un errore politico pensare che basti questo per accelerare davvero la transizione.

La verità è più semplice e più scomoda. Le opere si rendono possibili nei territori. E nei territori contano la chiarezza, il tempo dell’ascolto, la capacità di spiegare benefici, limiti, impatti e alternative senza linguaggi difensivi o slogan superficiali. Il primo investimento da fare, allora, non è solo nel permitting. È nella fiducia. Perché un progetto infrastrutturale – che riguardi l’agrivoltaico o meno – regge davvero solo quando riesce a tenere insieme chiarezza, consenso e dialogo.

Emilio Conti

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